Estratto del romanzo “Il Sussurro della Vendetta”.
Quando entrò in camera, ebbe un sussulto. Per la prima provò una lieve sensazione di paura. La luce dei candelabri rifletteva l'ombra di Thomas su tutta la stanza. Già, Thomas. Se ne era letteralmente dimenticato. Era ancora lì, sul letto, così come l'aveva lasciato. Era immobile, come se si fosse addormentato profondamente e non riuscisse a svegliarsi. Aveva il volto pallido e bianco. Si ricordò che gli aveva chiuso gli occhi e la bocca. Ed era stato un bene, perché il suo sguardo sorpreso e terrorizzato, gli metteva i brividi. Portava ancora gli abiti con il quale l'aveva ucciso. La macchia di sangue, ormai essiccata, si era allargata. Distolse lo sguardo, provando un brivido lungo la schiena. Si avvicinò alla finestra. Il sole stava per fare capolino e il giorno stava prendendo posto nel firmamento celeste. Ancora il cielo era cupo e scuro, ma non sarebbe durato a lungo. Doveva sbrigarsi a disfarsi di Thomas.
Si voltò raggiungendo il letto «Devo disfarmi di te, prima che qualcuno si accorga della tua sparizione. Dubito che accadrà. Ma non posso seppellirti alla luce del giorno. Dovrò farlo adesso, prima che sorga completamente il sole» si sporse sul corpo immobile dell'amico e lo afferrò dalle braccia. Con sforzo lo gettò fuori dal letto. Lo avvolse con le lenzuola e il tappeto sporco di sangue. Dopodiché se lo caricò sulle spalle.
Strinse bene il peso che portava sulle spalle, cosicché non gli scivolasse e si incamminò lungo il corridoio, che portava ad un sottoscala. Scese le scale a piccoli passi. Il corpo di Thomas senza vita sembrava essere più pesante di quando era in vita. Era un peso morto e floscio. In più c'era il peso delle lenzuola e del tappeto con il quale l'aveva avvolto. Doveva fare in fretta. Accelerò il passo nello scendere gli scalini. La luce tremolante dei candelabri alle pareti, gli dava la possibilità di avanzare senza inciampare. Scese l'ultimo scalino. Si soffermò guardandosi intorno. Era la prima volta che scendeva laggiù. Di solito Thomas, quando doveva prendere della legna, scendeva da solo. Non gli dava ma la possibilità di farlo lui.
Le pareti erano di pietra grezza, scurite dall'umidità e dal tempo. L’aria era impregnata di un odore acre e stagnante, un misto di umidità persistente e muffa che sembrava aggrapparsi alle pareti come un velo invisibile. Quell'odore pesante e terroso, gli inondò le narici. Arricciò il naso, come se volesse togliersi quell'odore di dosso. Eppure, sapeva che quell'odore non proveniva solo da quella stanza, ma anche dal corpo in decomposizione che portava sulle spalle. Stanco di tenerlo in spalla, con un gesto brusco lo gettò sul pavimento, con un tonfo. Si sentì uno scricchiolio delle ossa di Thomas che si spezzavano a causa della botta contro il pavimento.
Alexander prese fiato, ansimando. Era esausto e sfinito. Guardò al centro della stanza e vide la stufa a legna, in ferro battuto, dall'aspetto robusto. La fiamma al suo interno ardeva sommessa, alimentando l’illusione di una creatura viva, che sussurrava il calore ai camini della dimora. L’aria si stava impregnando dell’aroma di legno bruciato. Il fuoco scoppiettava nella stufa. Le fiamme si innalzavano come lingue danzanti, vive e vibranti, che cercavano di graffiare l’aria con ardore. Osservando quel fuoco danzante, ebbe un lampo di genio.
Si chinò lentamente verso la stufa, con il volto appena illuminato dal bagliore danzante delle fiamme.
Con un gesto misurato, afferrò la maniglia e aprì lo sportello. Un'ondata di calore lo investì, come un respiro profondo e rabbioso. Dentro, il fuoco crepitava con impazienza, divorando il legno già annerito e trasformandolo in cenere e scintille. Alexander rimase immobile per un istante. Lo sguardo fisso sulle fiamme, che riflettevano nei suoi occhi una luce irrequieta.
Poi, senza esitazione, sollevò il corpo di Thomas e con un movimento repentino e preciso, lo lasciò cadere nel cuore ardente della stufa. Il fuoco accolse il corpo avvolto con voracità. Un lampo improvviso di luce e un crepitio più intenso riempirono il silenzio della stanza. Alexander richiuse lo sportello con fermezza. Il clangore del metallo risuonò nel sottoscala come un'eco di decisione.
Si rialzò, spazzolandosi distrattamente le mani, e fece un passo indietro, lasciando che il calore della stufa consumasse ciò che ora non apparteneva più al mondo visibile. Una fiamma, un segreto, e nulla più.
«Addio Thomas» disse con un filo di voce impercettibile, mentre osservava le fiamme avvolgere prima il tappeto e poi le lenzuola, risucchiandoli nel suo abbraccio ardente. Poi ecco che si impadronì del corpo di Thomas e veracemente lo avvolse nella sua morsa infernale. Restò a guardare in silenzio. Un silenzio quasi sacro ma colmo di oscurità. Le fiamme danzanti si riflettevano negli occhi di Alexander, mentre divoravano la carne e le ossa, ormai decrepite del suo vecchio amico. Improvvisamente l'odore di legna bruciata si trasformò nell'odore nauseabondo di carne bruciata. Si portò una mano sulla bocca. Gli si rivoltò lo stomaco. La stanza venne inondata completamente da quell'odore.
Fece un passo indietro e si voltò di spalle. Senza nemmeno voltarsi risalì le scale a tutta velocità, come se quello stesso fuoco stesse richiamando anche la sua anima. Una voce che solamente lui riusciva a sentire, nella sua mente lo stava chiamando con voce soave «Alexander…» disse in maniera persistente e penetrante, sibilando come un’eco tra le mura.
Ignorò quella voce. Si voltò di scatto, il volto duro e il respiro pesante. Afferrò la porta con entrambe le mani e la richiuse con forza, il legno che emise un suono secco e definitivo, come a voler sigillare ogni ricordo e ogni presenza che lo tormentava.
Rimase immobile per un istante con lo sguardo fisso sulla porta ora chiusa. Come se quel gesto potesse spegnere l’eco nella sua mente, Alexander strinse i pugni e fece un passo indietro, determinato a allontanarsi, non solo dalla stanza, ma anche dall’inquietudine che lo inseguiva.
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