Capitolo II
Italia, 15 Gennaio 1818,
Tenuta di Pietrarossa,
Città di Firenze
Era una splendida giornata d'inverno. Il sole splendeva in alto nel cielo. I raggi riflettevano la luce calda e confortevole all'interno della tenuta Ellington.
Lady Violet, con il suo splendido abito acquamarina, di pizzo e merletto, afferrò con discrezione la missiva che il maggiordomo le aveva appena consegnato. Con i suoi occhi azzurri, scrutò con molta attenzione e curiosità, la busta. Inaspettatamente non c'era alcun sigillo. La busta sembrava essere stata chiusa con della semplice cera rossa, di cui alcune gocce si erano dilagate lungo i bordi del plico stesso. Con passo felpato e deciso, si affrettò a raggiungere in salone la sua adorata cugina, Evelyn. Quando aveva ricevuto la missiva della cugina che gli chiedeva ospitalità, aveva acconsentito. Da quel giorno erano passati due anni. Provava un senso di gioia e felicità nell’averla accolta nella propria dimora. Da quando il suo amato marito era passato a miglior vita, l'anno prima della morte di suo padre Thaddeus, era rimasta da sola. I suoi due figli maschi, si erano già sposati prima della dipartita del padre.Con un senso di pace nel cuore, suo marito aveva lasciato questa terra, consapevole che i suoi figli avessero trovato stabilità e l'affetto di una famiglia pronta ad accoglierli. Da allora la sua vita era letteralmente cambiata. Si era ritrovata da sola, in quella maestosa tenuta. I giorni passavano inesorabili e la vita per tutti gli altri procedeva allo stesso modo, mentre la propria si era letteralmente capovolta. Quindi aveva accolto con molto piacere ed entusiasmo la cugina. Era felice di sapere che aveva dato il nome di suo padre al figlio. Quando Evelyn glielo aveva rivelato, si era commossa ed emozionata. Adesso quella solitudine che la lacerava era svanita. Non era più sola. Aveva qualcuno con cui conversare e bere il tè. La tenuta si era illuminata di vita, soprattutto grazie al piccolo Thaddeus che allietava le giornate.
Quella mattina, inaspettatamente dopo colazione, il maggiordomo gli aveva recapitato quella missiva. Era per la cugina. Eppure sentiva un groppo in gola. L’assenza di un sigillo, rendeva la situazione alquanto misteriosa e inquietante. Sua cugina gli aveva raccontato molto bene cosa era avvenuto a Londra. Gli aveva parlato del principe Alexander di Valmont. Quella sera, bevendo una tisana in salone, le aveva raccontato quegli avvenimenti in lacrime. Gli si era gelato il sangue nelle vene. Questo principe sembrava un tipo losco e pericoloso. All'inizio, pensò che fosse meglio non ospitarla, per non avere problemi. Eppure non poteva fare un torto simile alla sua adorata cugina. Si era presa cura di suo padre. Aveva avuto un passato difficile e adesso aveva bisogno di aiuto. Non poteva voltare le spalle al suo stesso sangue. Erano cugine e quel legame sarebbe sopravvissuto per sempre. Non poteva mandarla via solo per paura che quel sociopatico del principe, potesse trovarla. Era suo dovere aiutarla e proteggerla come meglio poteva. Alla fine riflettendo attentamente, si era resa conto che doveva tenerla al sicuro, insieme al figlio. Oh quel piccolo angioletto, non aveva scelto lui di venire al mondo. Non era colpa sua se aveva un mostro come padre. Era innocente tanto quanto Evelyn. La vita è a tal punto capricciosa, da non risparmiare nessuno dalla sua stretta mortale.
Mentre attraversava il lungo corridoio, che portava in salone, si scostò una ciocca nera, sfuggita dallo chignon, dal viso con un gesto di raffinata eleganza. Quel gesto però faceva trasparire la tensione che provava nello stringere tra le dita quella strana missiva.
I suoi passi riecheggiarono per la sala, mentre entrava.
Evelyn, con il suo abito color beige dorato, era seduta sul divano del salone principale, immersa in una quiete delicata. La stanza era spaziosa e luminosa, con grandi finestre ad arco che lasciavano filtrare una luce morbida, tingendo l'ambiente di toni caldi e dorati. Le pareti erano decorate con eleganti pannelli in legno di ciliegio, abbelliti da intarsi floreali. Sopra il caminetto in marmo bianco campeggiava un ritratto antico della famiglia Ellington, il cui fascino solenne sembrava osservare silenziosamente ogni angolo della stanza. Un tappeto orientale dai motivi intricati copriva il pavimento in parquet scuro, e un grande lampadario di cristallo pendeva dal soffitto, scintillando con i riflessi della luce.
Sul divano di velluto color crema, Evelyn osservava con un sorriso affettuoso il piccolo Thaddeus, che giocava con entusiasmo accanto a lei. Il bambino indossava una camicina bianca di lino, un paio di pantaloni beige, e delle scarpette di cuoio marrone chiaro, che non facevano altro che accentuare la sua vivacità mentre si muoveva instancabilmente avanti e indietro, mostrandole piccoli oggetti che trovava interessanti. Thaddeus aveva la pelle scura come il padre, una tonalità calda e luminosa, e due occhi verdi brillanti, ereditati dalla madre, che sembravano scrutare il mondo con curiosità e intelligenza. I suoi capelli scuri, incorniciavano il viso paffuto, accentuando il sorriso contagioso che spesso illuminava il suo volto.
Evelyn tese le mani verso di lui per seguirlo nei suoi giochi. Scoppiò a ridere divertita, mentre il piccolo continuava ad agitarsi sul divano, provando a trattenerlo.
Violet entrò con un sorriso smagliante «Il nostro piccolo ometto, è agitato oggi» disse avvicinandosi.
Evelyn voltò il viso e sorrise guardando la cugina «Sì, oggi non vuole stare fermo» si soffermò mentre il suo sorriso sparì dal volto «Violet, ti ringrazio profondamente di averci accolti. Prometto che presto troverò una dimora per me e Thaddeus. Non vogliamo rappresentare un peso. Sono passati due anni e siamo ancora qui» disse con profondo imbarazzo abbassando lo sguardo. Non voleva trattenersi troppo a lungo nella dimora della cugina. Nonostante fossero passati due anni, non si era ancora abituata a quella nuova vita. A Firenze le cose non erano come a Londra. Non si sentiva a casa sua. In fondo Londra lo era stata. La casa in cui era cresciuta e aveva vissuto, prima con i suoi genitori e dopo la loro morte, con lo zio Thaddeus.
Violet si sedette accanto a loro, attirando a sé il piccolo, che gli mise le braccia al collo, abbracciandola «Cara, non devi farti problemi a riguardo. Come vedi, questa tenuta è enorme per ma da sola. Quindi ti chiedo di restare. Casa mia è anche casa tua, va bene?» disse con un sorriso sincero.
«Oh, prima che me ne dimentico. Il maggiordomo mi ha dato questa. È per te» gli porse la missiva, mentre accarezzava i capelli al piccolo Thaddeus.
Evelyn sorrise dolcemente «Sicuramente sarà da parte dei Lancaster, vorranno sapere come vanno le cose qui» disse entusiasta di leggere un'altra lettera da parte di Victoria.
Violet abbassò lo sguardo provando un certo imbarazzo nel dover rovinare la sua gioia «Non credo che sia da parte loro. Non c'è alcun sigillo, Evelyn» disse con un filo di voce, come se esprimendo ad alta voce quella verità potesse prendere forma e diventare reale.
Il cuore di Evelyn prese a battere all'impazzata nel petto. Girò la busta ed effettivamente notò che non c'era il solito sigillo. Gli salì un groppo in gola. Temeva di aprirla. Una parte di sé pensò immediatamente che potesse essere da parte del principe Alexander. In qualche modo li aveva trovati per rivendicare i suoi diritti come padre di Thaddeus. La vista gli si annebbiò al solo pensiero del ritorno di quel mostro. Non gli avrebbe permesso di portargli via suo figlio. Avrebbe lottato con i denti e con le unghie per tenerlo al sicuro. Come in un gesto al rallentatore finalmente aprì la busta. Prese il foglio ripiegato e cominciò a leggere ad alta voce.
«Vi è sempre stato detto che i leoni non inseguono ciò che hanno già perduto, ma alcuni non dimenticano mai la loro preda» lesse con voce tremante.
Violet la guardò notando la sua agitazione e prestò attenzione a quelle parole «Che significa? Pensi che sia da parte sua?» domandò con la fronte corrugata dalla preoccupazione.
Evelyn restò paralizzata da quelle parole. Le rilesse nella propria mente più e più volte, per capirne il senso «Non c'è alcuna firma. È una lettera anonima» espresse con voce febbrile i suoi pensieri, come se stesse parlando con sé stessa.
Rivolse lo sguardo verso il piccolo Thaddeus e poi a sua cugina «Non lo so. Ma più che altro non sembra una minaccia, ma un avvertimento» disse provando a placare la propria angoscia profonda. Quelle parole risuonarono nella sua mente come un tarlo «Il leone è il principe. Dubito che lui mandi una missiva per avvisarmi del suo arrivo. E poi non sa nessuno dove mi trovo, eccetto i Lancaster. Ma di loro mi fido ciecamente, non l'hanno detto a nessuno se non alla Regina Charlotte in persona, così che lei possa essere informata» spiegò alla cugina, come una maestra che spiega ai suoi alunni. Conosceva la mente contorta e malata del principe Alexander, e dubitava che fosse così sciocco da mandare un messaggio del genere, avvisando del suo arrivo. Inoltre dubitava che lui sapesse dove lei e il bambino si trovassero. Lord Lancaster non l'avrebbe mai tradita in questo modo. Si fidava ciecamente, quindi quel messaggio era da parte di qualcuno che la stava avvertendo, che il principe sarebbe arrivato prima o poi.
Violet alzò un sopracciglio «Forse è da parte di qualcuno che vuole avvertirti che lui verrà o sta arrivando. Forse vogliono proteggerti ma come hai detto tu, della tua presenza qui, lo sanno solo i Lancaster e la Regina. Quindi chi potrebbe avere questo indirizzo per mandarti questo messaggio inquietante?» disse mantenendo la calma. Non poteva lasciarsi travolgere dalla paura. Doveva essere razionale per proteggere la cugina e il figlio. Non li avrebbe abbandonati, non adesso che la loro vita era di nuovo in pericolo.
Evelyn scosse il capo, provando un senso di nausea «Può darsi, ma non so chi potrebbe averlo inviato» rispose con voce distante, mentre si perdeva nei meandri più oscuri della sua mente. Quei ricordi oscuri, la avvilupparono nella loro morsa stritolatrice. Ogni dettaglio, ogni odore, ogni colore era vivido nella sua mente, come un dipinto. Il principe non li avrebbe lasciati mai in pace, almeno non finché non avrebbe ottenuto ciò che bramava. Lei e il suo bambino non sarebbero mai stati veramente al sicuro, non finché lui fosse stato latitante. Doveva trovare un modo per difendersi e proteggere il suo bambino. La prima volta, era stata debole e inerme, ma questa volta le cose sarebbero andate diversamente. Sarebbe stata pronta ad affrontarlo, se si fosse reso necessario. Sarebbe stata forte e coraggiosa per il proprio bene e del proprio bambino.
Mentre quei pensieri vorticavano la sua mente, con sguardo assente e distante, Violet prese la sua mano. Con quel gesto delicato, Evelyn venne scossa e svegliata dal suo torpore.
«Farò qualsiasi cosa per proteggere te e Thaddeus. E credo che per il momento, siete al sicuro qui con me. Affronteremo tutto insieme, te lo prometto» le sue labbra si allargarono in un dolce sorriso, mentre provava a rassicurarla con parole di conforto.
Batté le mani, spezzando quel momento di tensione e tristezza «Allora, parliamo del tuo dipinto. L'hai concluso? Dovevi dare solo gli ultimi ritocchi o sbaglio?» cambiò argomento, per allentare quel difficile momento di sgomento.
Evelyn, alzò un sopracciglio per poi sgranare gli occhi dalla sorpresa. Si era completamente dimenticata del suo dipinto. Da quando si era trasferita a Firenze, aveva trovato la lettura di arte, interessante. L'arte l'aveva affascinata, al punto da voler imparare a dipingere. Aveva fatto vari tentativi, andando perfezionando ogni volta la tecnica, i colori, le sfumature e le ombre. Finalmente dopo tanto impegno aveva concluso il suo primo dipinto.
«Oddio, me ne sono dimenticata. Devo ancora finirlo, scusami Violet» gli disse rammaricata.
Violet scoppiò a ridere alle sue parole «Tranquilla, va tutto bene. Domani sera ci sarà l'evento di beneficenza alla Galleria Sterling» si alzò, prendendo Thaddeus, che si era addormentato, tra le proprie braccia «Metto il piccolo a letto, mentre tu finisci il tuo lavoro. Non preoccuparti di nulla» disse sorridendo con uno sfacciato entusiasmo. Sua cugina aveva iniziato questo percorso creativo da sola. La sua creatività era sublime. Il suo primo dipinto meritava di essere esposto alla Galleria Sterling. Quando glielo aveva proposto, Evelyn aveva rifiutato categoricamente, non sentendosi pronta. Tuttavia alla fine, era riuscita a convincerla e sperava che non avesse cambiato idea. Avrebbero portato il dipinto la sera stessa dell'evento. Conosceva bene gli Sterling, erano amici di famiglia, di suo marito, pace all'anima sua. Era la Galleria più prestigiosa di Firenze e qualsiasi artista desiderava esporre i propri lavori. Una mattina, era andata in Galleria, e aveva conversato con la figlia degli Starling, Elisabetta. Aveva acconsentito con molto piacere di vedere il dipinto di Evelyn per un'accurata valutazione. Se avesse soddisfatto i requisiti e le aspettative sarebbe stato esposto.
Evelyn stava per protestare, ma sapeva che non sarebbe servito a nulla. Ancora si domandava come si era fatta convincere dalla cugina a fare una cosa simile. Non era pronta. Il dipinto non era adatto ad essere esposto in una prestigiosa Galleria. Era una follia. Eppure non poteva più tirarsi indietro. Fece un sospiro di frustrazione. Si avvicinò al piccolo che dormiva tra le braccia della cugina «Lo faccio per te, amore mio» gli baciò la fronte con tocco delicato delle labbra «Ti amo piccolo mio» gli sussurrò.
La loro vita non sarebbe mai stata facile, e di ciò ormai ne era più che consapevole, tuttavia poteva fare in modo di renderla più semplice al suo bambino. Da madre amorevole e protettiva, avrebbe combattuto le battaglie che si sarebbero presentate alla porta, perché erano le sue e di nessun'altro. Quando quel momento sarebbe giunto, e sapeva che sarebbe arrivato molto presto, avrebbe fatto tutto il necessario per proteggere sé stessa e suo figlio. Non erano solo parole al vento, ma una promessa.
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