Benvenuti nel mondo della Famiglia Lancaster. Tra segreti, verità e un destino già scritto, la loro storia sta per iniziare... 🌟
La Famiglia Lancaster
"L'amore non nasce dagli obblighi e dai doveri imposti dall'alta società, ma dalle nostre scelte più intime e sincere. È nel decidere chi amare ea chi donare il nostro cuore per l'eternità che risiede la vera essenza del sentimento. In questo atto di scelta, troviamo la nostra libertà e la nostra più pura essenza."
Gli scrittori dei sogni
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Vienna 1840,
Tenuta estiva di Weavington
Il suo destriero galoppava fulmineo come il vento, attraversando il bosco, sollevando polvere che si riversava dietro di sé. Teneva stringe le redini mentre sussultava sul sottosella deposto sul suo dorso, tenendo i piedi ben saldi sulla staffa. Si voltò indietro, con i capelli rossi e mossi che svolazzavano di qua e di là. Tirò le redini fermandosi «Cassandra? Dove sei finita?» fece voltare il cavallo in direzione opposta. Fino a qualche istante prima sua sorella era proprio dietro di lei con il suo destriero ma adesso sembrava essere sparita nel nulla, ma tutto cambiò quando improvvisamente dall'altra parte del fitto bosco, si alzò un polverone e si sentì il nitrire di un cavallo che galoppava velocemente, e si soffermava di fianco a lei.
Cassandra scoppiò a ridere divertita «Ti ho battuta, sorella» disse ridendo. I suoi capelli castani erano legati con uno chignon basso, a differenza di Clarissa che preferiva tenerli sciolti. Clarissa la guardava con sguardo accigliato «Sei stata perfida» rispose trattenendo il cavallo. Lei preferiva tenere i capelli sciolti perché la facevano sentire libera dai doveri nei confronti dell'alta società. Lei era uno spirito libero ei cavalli rappresentavano la sua libertà, che prima o poi avrebbe ottenuto. Detestava la compostezza, la perfezione e tutto ciò che si aspettavano da loro, durante i vari debutti in società. Erano tutte agghindate come degli alberi di natale, in attesa di essere corteggiate da qualche conte o duca, così da accasarsi con il primo uomo che gli mostrava interesse. Erano tutte alla mercé della società. Lei si sarebbe sposata ma non per dovere, ma per amore e non avrebbe permesso a nessuno, tanto meno a suo padre di togliergli la libertà di amare.
Galopparono fino al laghetto lì vicino. Cassandra pensava che dopo quello scherzo, servisse un bel bagno rinfrescante nelle acque dolci della cascata. Raggiunsero quel piccolo angolo di paradiso ed entrambe scesero dai loro destrieri. Cassandra accarezzò la sua dolce “Crys”, nome che gli aveva dato fin da quando ne aveva memoria. L'aveva chiamata in quel modo perché era dolce e amorevole. Lei era molto empatica con i cavalli, riusciva a percepire il loro stato d'animo e comunicare con loro. E amava profondamente Crys. Spesso sua sorella rimaneva sorpresa dal suo legame con i cavalli ma non la giudicava mai anzi, gli chiedeva di insegnarlo anche a lei. L'unico che continuava a criticare e giudicare questa sua sensibilità, era loro padre. Era sempre duro e severo. Non tollerava certe “stranezze”, così le definiva, da parte delle sue figlie. Dovevano sempre comportarsi in un determinato modo, con eleganza ed educazione, soprattutto non dovevano mai parlare senza essere interpellate. Quelle che per loro padre erano stranezze per lei avevano un significato molto più profondo, in quanto rappresentavano la libertà e la voglia di vivere senza le catene sociali. Quando era fuori a cavalcare insieme a sua sorella, entrambe assaporarono quella libertà, ma fino ad un certo punto, perché ad una certa ora dovevano rientrare e sarebbero tornate in gabbia. Clarissa detestava i balli di corte, che si svolgevano ogni stagione. Essendo la primogenita doveva partecipare obbligatoriamente, ma detestava dover partecipare a quella mercificazione della donna, come se fosse in vendita al miglior offerente. Lei concorda, però trovava quei balli interessanti, soprattutto per scoprire i segreti nascosti dei vari ospiti. Si divertiva a spettacolare con sua sorella, quando non era troppo impegnata a danzare con qualche gentiluomo. Loro padre, l'ultima volta, si era infuriato, perché Clarissa si era rifiutata di partecipare all'ennesimo ballo, e quella doveva essere la sua stagione, grazie alla quale avrebbe trovato marito e in men che non si dica si sarebbe dovuta sposare. Cassandra, non si capacitava di come fosse riuscita a placare la rabbia di loro padre, ma sapeva che avrebbe sempre protetto sua sorella, così come lei avrebbe fatto lo stesso con lei. Si guardavano le spalle a vicenda. Lei sognava l'amore, quello vero, quello che colpiva all'improvviso, e avrebbe continuato a sperarci finché ci fosse riuscita. Per il momento aveva intenzione di godersi quei brevi momenti di libertà insieme a lei, in quanto tutti per la nuova stagione, si aspettavano che trovasse marito e si sposasse, per poi sfornare figli. Non sapevano che Clarissa non era interessata a sposarsi per interesse, ma lo avrebbe fatto solo per amore, cosa che anche lei desiderava.
Lasciarono i cavalli, vicino al ruscello così da potersi rinfrescare e riposare.
Cassandra scese con grazia, osservando il panorama, con i suoi splendidi occhi azzurri, come quelli di sua madre. Era esile e magra, rispetto a sua sorella che era poco più alta, dai capelli rosso ramato e aveva gli occhi di un verde smeraldo. Loro madre diceva spesso che Clarissa avesse preso il colore degli occhi, da sua madre. La balia, si preoccupava spesso per Cassandra, non faceva altro che ripetergli di mangiare un po' di più, perché era troppo magrolina. Quel giorno entrambe indossavano la tenuta da cavallerizza, una camicia bianca a collo alto, con un cravattino da signora. Una giacca e una gonna, a palloncino. Cassandra la indossava di colore blu, mentre Clarissa di colore arancio scuro.
Quello era l'abbigliamento perfetto per la caccia e per lo sport.
Cassandra, era una sognatrice, ma non era ingenua anzi quando voleva, riusciva sempre a farsi valere, tranne che con suo padre, del quale aveva un leggero timore. Temeva il suo giudizio e quando si sentiva osservata da lui si sentiva sempre in imbarazzo e sottopressione. Nonostante la durezza e freddezza, era sicura che lui amasse entrambe le sue figlie, solo che lo dimostrava a modo suo. Sapeva che desiderava semplicemente il meglio per loro, ma non riusciva a comprendere che non sempre le sue decisioni erano il meglio e non le rendevano felici.
I loro genitori si erano sposati per amore, nonostante loro padre non fosse molto aperto all'amore, ma si era innamorato di loro madre, e a volte si domandava se l'amava ancora. Raramente lo vedeva sorridere solo per il gusto di farlo. Era sempre cupo e serio. Spesso era indecifrabile ogni sua espressione, ma quando era arrabbiato, quello si che si notava immediatamente. Si domandava se con sua madre era dolce e se lei riuscisse a farlo sorridere in qualche modo.
Clarissa, si spogliò restando in corsetto e mutandoni bianchi, si avviò alla cascata «Cassandra» la chiamò, notando che era assorta nei pensieri «Dai, vieni qui» nel frattempo entrò in acqua. Era limpida e cristallina, era tiepida in quanto i raggi del sole riflettevano sulla superficie, riscaldandola. Era così chiara, che abbassando lo sguardo, poteva scorgere il proprio riflesso. Si immerse completamente, socchiudendo gli occhi, rinfrescandosi.
Nel frattempo Cassandra, era rimasta anche lei in corsetto e mutandoni bianchi, si sciolse i capelli che gli ricaddero sulle spalle. Si avvicinò guardando sua sorella «Se l'acqua è fredda, non entro, la mia pelle è delicata».
Clarissa riemerse, scostandosi i capelli bagnati dal volto «L’acqua è perfetta» nuotò fino alle rocce circostanti «Non farmi implorare» l'afferrò dalla caviglia, strattonandola per spingerla ad entrare in acqua.
«Va bene, ma non spingermi» sussultò nel sentire la sua presa sulla caviglia. Fece un respiro profondo ed entrò. Sua sorella aveva ragione, era tiepida e rinfrescante «Ammetto che avevi ragione. L'acqua è stupenda» con le mani sfiorò il pelo dell'acqua, e il proprio riflesso si componeva e scomponeva ad ogni movimento della sua mano. Era divertente quel gioco infantile. Non era la prima volta che restava sorpresa nel vedere il proprio riflesso su quella superficie cristallina.
Clarissa sorrise avvicinandosi e cominciò a spruzzarle dell’acqua addosso, così come facevano in tenera età. Erano sempre state legate, nonostante avessero due anni di differenza d'età. Fin da piccole, avevano sempre fatto tutto insieme e il loro legame si era intensificato man mano che crescevano, diventando sempre più forte.
Cassandra sgranò gli occhi «Come osi? La pagherai» anche lei cominciò a spruzzare addosso a sua sorella.
Entrambe scoppiarono a ridere divertite, come due bambine.
«Pensi che questa sarà la nostra ultima estate spensierata? Nostro padre vuole farci sposare a tutti i costi. Se non ci sposiamo, ci definiranno delle zitelle e non troveremo più marito. L'ho sentito parlare con nostra madre, ha intenzione di tornare a Londra» sussurrò con un velo di tristezza nella voce, per poi proseguire «Vorrei restare qui per sempre e non tornare più. Pensi che nostro padre ami nostra madre? Molto spesso sembra così duro e severo come se non fosse capace di provare amore o altre emozioni» confessò le sue sensazioni più profonde, e solamente con sua sorella poteva parlarne, oltre che con sua madre.
Clarissa si soffermò, la guardò dolcemente sorridendo «Vorrei anche io che questi momenti durassero per sempre, ma non è così. Non posso rivelarti cosa accadrà, perché nemmeno io lo so, ma l'unica cosa di cui sono sicura è che nonostante tutto io e te saremo sorelle per sempre. Questo non cambierà mai, anche se la nostra vita sarà stravolta dagli eventi. Affronteremo tutto quanto insieme, come abbiamo sempre fatto, te lo prometto Cassandra» fece in tempo a rispondere, stava per afferrare la sua mano quando sentì i loro cavalli nitrire. Si stava facendo buio, e sarebbero dovute tornare a casa «Dovremmo rientrare, prima che faccia buio».
Erano rientrate alla tenuta di famiglia, con i loro destrieri. Ogni volta che rientravano, Clarissa sentiva una morsa al cuore, perché se loro padre le avesse beccate a rincasare tardi, gli avrebbe fatto la solita ramanzina e lei non ne aveva assolutamente voglia. Prima di rientrare, lei e sua sorella si soffermavano qualche istante ad ammirare la tenuta estiva della propria famiglia. La loro magione con dei terreni attorno era una grande residenza di campagna che aveva lo scopo di mostrare chiaramente tutta la potenza e le ambizioni di potere della famiglia che vi abitava.
Una parte era adibita ad azienda agricola, e l'altra a giardino, all'inglese.
Osservata ad una certa distanza, la loro tenuta era splendida oltre che magnifica. Era molto grande, ma varie volte, lei e Cassandra, avevano immaginato di viverci insieme da sole, inizialmente, e da sposate e con famiglia in futuro. Famiglia però nata dall'amore e non dagli obblighi dell'alta società. Adesso che erano cresciute, quei desideri stavano scemando, tramutandosi in semplici sogni infantili. Solo che quei sogni erano ancora vividi nelle loro menti, almeno finché non rientravano, e tutto si infrangeva in tantissimi piccoli frammenti di specchio, nel quale erano racchiusi i loro desideri più profondi, che non si sarebbero mai realizzati. L'unica cosa che teneva in piedi la speranza, era la ferma convinzione che qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbero rimaste unite, nel bene e nel male il loro amore fraterno non sarebbe mai svanito e nessuno le avrebbe separate.
Avevano accompagnato i loro destrieri alle stalle. Era stata una lunga e bella giornata, e i loro cavalli avevano bisogno di riposare.
Una volta sistemati i cavalli, era il momento di rientrare nella loro dimora. Cassandra sorrise dolcemente, prendendo per mano la sua stringendola «Insieme, sempre».
Rientrarono e le accolse il maggiordomo, con il suo abito livrea, con un panciotto, un soprabito e calzoni «Bentornate signorine» chinò il capo, scostandosi e facendoli entrare.
Cassandra sorrise «Grazie, Arnold» entrò nel vestibule, l'ingresso, che dava accesso ad una hall e a un salon, utilizzati per feste e ricevimenti, dai quali, si accedeva al drawing room, il grande soggiorno e alla dining room, la sala da pranzo.
Clarissa seguì sua sorella, guardò il maggiordomo «Sapete dove sono i nostri genitori?» domandò in modo tale da poter andare direttamente nelle loro camere senza dover subire la ramanzina di loro padre. Arnold li guardò con sguardo gentile «I vostri genitori sono impegnati in una conversazione privata, ma scenderanno a breve per la cena, quindi vi consiglio di andarvi a cambiare, così da essere presentabili quando presenzierete alla cena» mantenne una postura rigida senza scomporsi.
Cassandra e Clarissa sorrisero all'unisono «Grazie» risposero correndo mano per la mano nelle loro camere da letto. Ormai Arnold era di famiglia, le aveva viste nascere e spesso chiudeva un occhio. Quando tornavano tardi le aiutava a sgattaiolare in camera per cambiarsi. Lo faceva però quando non c'era suo padre nei paraggi. Loro capivano immediatamente il messaggio subliminale delle sue parole e si affrettavano ad andare in camera e darsi una ripulita e sistemata. Non sempre riuscivano a farla franca, ma quella volta era una di quelle volte in cui ci erano riuscite.
Nel frattempo, al piano di sopra, collegato all'altro attraverso uno scalone, si trovano le stanze da letto per gli ospiti, e le stanze da letto per la famiglia.
Cassandra e Clarissa senza fare rumore erano rientrate frettolosamente nelle loro rispettive camere.
Mentre nella camera da letto matrimoniale, vi erano Henry che discuteva con la sua consorte Victoria.
Lui era ancora molto bello e affascinante, dagli occhi color nocciola e dai capelli brizzolati, dai quali si poteva intravedere il colore castano dorato di un tempo. Raramente portava la barba folta. In quel momento sul mento si poteva scorgere della barba incolta. Indossava una camicia bianca con dei pantaloni neri «Sto facendo del mio meglio. Voglio che le nostre figlie siano in ottime mani, quando l'inevitabile accadrà. Voglio il meglio per loro, anche se per il momento non riescono a comprenderlo, ma lo faranno» precisò per l'ennesima volta con determinazione. Da quando aveva scoperto di avere un male incurabile, la malattia lo aveva reso ancora più servo e determinato. Non desiderava nient'altro che le sue figlie si sistemassero, che avessero una famiglia tutta loro, così quando l'inevitabile sarebbe sopraggiunto, non avrebbero sofferto più del dovuto, e soprattutto avrebbero avuto qualcuno che si sarebbe preso cura di loro.
Victoria, con i suoi splendidi ricci rossi che ricadevano sulle sue spalle, con i suoi strabilianti occhi blu profondo come il mare, si avvicinò al marito «Henry, capisco la tua profonda preoccupazione. La vita è imprevedibile, ma non le stai rendendo felici, ma stai facendo l'opposto. Loro desiderano solo l'amore del loro padre ed invece dai loro sguardi, hanno solo timore e paura di te. È questo il lascito che vuoi lasciare alle nostre figlie? La paura del tuo giudizio? Perché in questo momento è ciò che stai facendo, amore mio. Prova ad essere meno rigido» cercò di spiegare nel modo più semplice possibile, ciò che lei sapeva da tempo. Il timore delle sue figlie nei confronti di un padre, che non volevano deludere «Ascoltami, noi ci siamo sposati per amore, te lo ricordi ancora Henry? Io si, me lo ricordo, come se fosse il primo giorno, e non ho mai smesso di amarti. Le nostre figlie, vogliono seguire il nostro esempio, sposarsi per amore, e non per interesse. Quindi pensaci bene, vuoi veramente che sposino una persona che non amano?» prese la sua mano dolcemente, stringendo tra le sue dita sottili, la mano vigorosa del marito. Aveva sempre amato le sue mani, che erano delicate, come un petalo di rose, in una giornata d'autunno. Tra le sue forti braccia si era sentita al sicuro, amata, rispettata e venerata. Ed era certa che lui volesse la stessa cosa per le loro figlie, anche se gli era difficile ammetterlo. Lei cercava di non pensare a quella tragedia che aveva colpito la sua famiglia, cercava di mostrarsi forte di fronte alle loro figlie, che erano state tenute all'oscuro, per non recargli un profondo dolore. Ma prima o poi le bugie sarebbero venute a galla, e non avrebbero più potuto mentire. Sperava semplicemente che le sue figlie avrebbero compreso e sarebbero state comprensive, anche se avevano tutto il diritto di essere arrabbiate, ma Henry era stato chiaro a riguardo. Al momento non voleva turbare la loro famiglia con una notizia così terribile.
Lui le strinse dolcemente la mano, percependo il calore della sua pelle liscia e morbida come la seta. Sul suo volto apparve un dolce sorriso amorevole. Solo lei riusciva a farlo sorridere in quel modo e a far tremare la sua anima. Era il suo raggio di sole, in una giornata di tempesta. Guardò dentro e attraverso i suoi occhi, quel profondo blu che l'aveva colpito quando si erano conosciuti e di cui era rimasto abbagliato, al punto da farlo innamorare: «Farò del mio meglio, amore mio. Ma desidero che le nostre figlie si sposino entro questa stagione. Clarissa doveva sposarsi la stagione precedente, ma non ha voluto. Per questo motivo, ho preso le redini io e farò il necessario. Non ho scelta, lo sai bene, quindi ti prego di appoggiarmi» sfiorò con le sue labbra carnose il dorso della sua mano.
Victoria lo guardò dolcemente, fremendo al suo tocco delicato «Sai perfettamente che ti appoggio in tutto, anche nella tua decisione di non dirlo alle ragazze. Ma lo scopriranno, lo sai bene e se saranno devastate, ne avranno tutto il diritto».
«Lo so, ma non voglio più discutere con te, amore mio» afferrò il suo viso tra le mani, avvicinando la propria bocca, alle sue labbra sottili come un bocciolo di rosa e la baciò impetuosamente.
Lei sentì un brivido lungo la schiena, da mesi non la baciava e toccava in quel modo. Gli era mancato da morire l'amore fisico con suo marito, ma non si era mai permessa di opprimerlo o farlo sentire in colpa. Non era colpa sua, se la vita gli stava scivolando via. Voleva solo baciarlo, stringerlo tra le braccia e non lasciarlo più andare. Desiderava piangere, ma doveva mostrarsi forte di fronte agli altri e alle figlie. Non poteva cedere al dolore. Il solo pensiero che un giorno non sarebbe stato più accanto a lei, nel loro letto, la devastava profondamente. Ricambiò, assaporando il sapore dolce e amaro di quel bacio, come se fosse l'ultimo. Era un misto tra euforia, frustrazione, tristezza e rassegnazione. Era un bacio colmo di amore e di dolore allo stesso tempo. Amore e dolore andavano a braccetto, erano l'uno lo specchio dell'altro. Non esiste amore senza dolore. In quel bacio si poteva percepire queste sensazioni funeste, che stavano travolgendo il loro matrimonio, sfidando le forze dell'amore.
Il bacio si fece più intenso, sempre più colmo di disperazione. Le loro bocche si muovevano a ritmo dei loro cuori, che martellavano incessantemente nel petto.
Henry, salì con le mani lungo i suoi ricci perfetti e rossi. Li afferrò tra le dita, mentre si lasciava sopraffare dal desiderio travolgente «Ti desidero, più di qualsiasi altra cosa al mondo. Ho bisogno di sentire la tua pelle calda contro la mia. Sentire il battito del tuo cuore, mentre bruciamo insieme» sussurrò con voce rauca, colma di desiderio e afflizione.
Victoria arrossì, infiammandosi a quelle parole «Lo voglio anche io, ti amo e ti amerò sempre» scivolò via da lui, facendo un passo indietro. Si voltò di spalle, facendo scivolare la camicia da notte di seta bianca sul pavimento. La stoffa scivolò lungo le forme sinuose del suo corpo, sentendone il contatto con la pelle, mentre cadeva. Le sue guance divennero sempre più rosse, sentendosi leggermente imbarazzata dal restare nuda di fronte a suo marito. Non si trattava di vergogna, ma semplicemente di imbarazzo, come la prima volta che erano stati insieme. Provava le stesse emozioni e le stesse sensazioni. Il cuore palpitava nel petto come un martello pneumatico, facendo vibrare la sua anima.
Henry la guardò di sottecchi, ammirando la bellezza del suo corpo e delle sue curve. Era perfetta, così come quando l'aveva conosciuta. La sua pelle bianca e rosata, le lentiggini sulle guance. Si avvicinò a lei, e con le mani gli scostò i capelli dalle spalle, e gli baciò il collo, gustando il sapore dolce della sua pelle delicata. Sapeva di vaniglia e fragole.
Victoria piegò leggermente il capo a destra, socchiuse gli occhi, mentre sentiva il proprio corpo prendere fuoco. Dei gemiti di piacere, vennero fuori dalla sua gola.
Lui la attirò verso di sé, facendola voltare per poterla guardare negli occhi. Sbottonò i pantaloni e li abbassò con disinvoltura. Il desiderio si faceva più intenso e prorompente, non voleva più aspettare. Non era sicuro che quella sarebbe stata l'ultima volta in cui avrebbe amato sua moglie in quel modo, ma era certo di come avrebbe passato gli ultimi mesi di vita, tra le braccia dell'amore della sua vita. L'afferrò dai fianchi, sollevandola e la spinse contro il mobiletto, accanto al letto, deponendola su di esso, spostando bruscamente tutto sul pavimento. Non gli importava se li avessero sentiti, se avessero sentito il tonfo degli oggetti che cadevano. Lui ardeva d'amore per lei e voleva che lei provasse lo stesso, così da prendere fuoco insieme.
Le divaricò le cosce, posizionandosi su di lei, mentre riprendeva a baciarla impetuosamente, mentre faceva scivolare le mani lungo tutto il suo corpo, esplorandolo. Afferrò i suoi seni stringendoli tra le mani. Erano perfetti per le sue mani, come una coppa di champagne. Si adattavano perfettamente al suo palmo. Lei era il suo destino, lo aveva sempre saputo, fin dal primo giorno che aveva incrociato il suo sguardo, a quel ballo. Desiderava invecchiare con lei, finire i giorni della propria vita stringendo la sua mano. Purtroppo non sarebbe accaduto, ma non si sarebbe arreso, avrebbe lottato fino all'ultimo respiro, per poter vivere l'amore eterno insieme alla donna che amava.
La strinse tra le braccia, avvolgendola completamente mentre si faceva spazio dentro la sua anima e il suo corpo. La tenne stretta a sé mentre dava inizio alla danza dell'amore.
Victoria sussultò, baciandolo con prorompenza, mentre si lasciavano travolgere dalla passione.
Lui iniziò la danza, muovendosi con veemenza e desiderio sfrenato, mentre i loro corpi tremavano.
Ogni sussulto, ogni gemito d'estasi rompevano il silenzio della camera da letto.
Fino a quando entrambi non raggiunsero insieme l'apice del piacere, ancora avvinghiati l'uno contro l'altro.
Sudati e ansimanti, ripresero a baciarsi appassionatamente «Ti amo, ti amerò sempre mio conte» emise un gemito, mentre sussurrava quelle parole contro le sue labbra umide.
«Ti amerò sempre mia contessa» rispose lui con voce rauca e tremante, mentre riprendeva fiato, continuando a tenerla stretta tra le braccia.
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