30 maggio 2025

Il Diario di Henry Lancaster - Capitolo I ✒️



Benvenuti nel mondo del “Diaro di Henry Lancaster”, prequel de “La Famiglia Lancaster”.
Tra segreti, bugie, manipolazioni, tradimenti e verità, il destino della storia d'amore di Henry e Victoria è già scritto. 
Il colpo di fulmine esiste? Leggete l'anteprima e scopritelo! 





Il diario di Henry Lancaster 

 






“I loro cuori battevano all’unisono, 
come stelle gemelle,
trovando rifugio l'uno nell'altro,
in un mondo che non poteva 
separare il loro amore eterno.

Le DreamWriters 




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Capitolo I

Londra, Gennaio 1815


Cari lettori,
Questa è la storia d'amore più attesa della stagione. 
La Regina Charlotte è in trepidazione per l'inizio di questa nuova stagione, che si prospetta essere piena di colpi di scena, intrighi e bugie. Come accade ogni anno, le giovani fanciulle debutteranno in società, con i loro spelendidi abiti più costosi e con le loro buone maniere. 
La Regina ovviamente non desidera altro che sottoporre le povere fanciulle al suo irrefrenabile desiderio di trovare il Gioiello della stagione. Seppur seduta sul trono, con i suoi abiti sontuosi, Vostra Maestà non si lascierà ingannare e manipolare dagli intrighi delle varie contendenti, le quali sono agguerrite più che mai a destare l'interesse della Regina. Quest'ultima non prova interesse nelle lusinghe soprattutto se sono delle mere bugie. Piuttosto ama entrare nelle vite dei suoi sudditi, soprattutto quando si tratta delle nuove debuttanti. Questa stagione si rivelerà una tale sorpresa che anche la Regina sarà messa sotto pressione e dovrà prendere le redini dei vari eventi mondani pur di mantenere il controllo della situazione. Non posso svelarvi di più riguardo ciò che accadrà, in quanto non mi è dato sapere più di quanto io sappia già. Tuttavia, cari lettori sono qui per augurarvi una buona lettura e ricordarvi che questa società ha le sue regole, i suoi doveri, ma ci sarà sempre qualcuno che cercherà l'amore e riuscirà ad ottenerlo perché le ragioni del cuore non saranno mai le ragioni che la società impone.
L'amore è spietato e senza regole molto spesso, soprattutto in una società dove l'unico compito e dovere di una donna, ma in tal caso anche di un uomo, è trovare moglie o marito e dare vita a degli eredi per il proseguimento della propria Casata nobiliare.
Non mi dilungo più del dovuto, in quanto spetta a voi scoprire i segreti della nobiltà.

Con affetto, La vostra Lady Wishwhisper!

Londra, 13 gennaio 1815,
Rosa d'oro,
Quartiere di Mayfair

Era una fredda serata invernale. Una leggera pioggia bagnava e attraversava le strade di Londra. Dei gentiluomini si apprestavano a tornare a casa, dopo aver passato una serata spumeggiante al “Golden Rose”. Nel quartiere di Mayfair, c'era questo club esclusivo situato in una delle strade più eleganti di Londra, frequentato dalla nobiltà e dall'alta società. Questo locale era noto per la sua atmosfera opulenta e il suo servizio impeccabile, offrendo un rifugio perfetto per i nobili desiderosi di rilassarsi e socializzare.
L'edificio era un magnifico esempio di architettura neoclassica, con una facciata imponente decorata con colonne corinzie e bassorilievi dorati che rappresentavano rose intrecciate, simbolo del club.
Un gentiluomo, affascinante con il suo redingote scuro, un soprabito e cappello a cilindro, dal quale si intravedevano i suoi capelli castani, con passo felpato, senza lasciarsi intimorire dalle deboli gocce di pioggia, si accingeva ad attraversare l'ingresso del Club.
L'ingresso principale era adornato con porte in legno massiccio intagliate a mano, incorniciate da archi decorati con foglie d'oro. Due statue di rose dorate fiancheggiavano l'entrata, conferendo un'aria di eleganza e prestigio.
Una volta dentro, si tolse il cappotto consegnandolo al guardarobiere, un uomo di mezza età, che si distingueva per la sua presenza impeccabile e il portamento elegante. Era un uomo alto e snello, con spalle larghe e una postura eretta che trasmetteva un senso di dignità e professionalità. I suoi capelli erano di un grigio argenteo, pettinati all'indietro con cura. Gli occhi, di un azzurro penetrante, osservavano con attenzione ogni dettaglio, pronti a rispondere a qualsiasi esigenza dei membri del club.
L'uomo indossava un abito formale di alta qualità. La giacca di un nero profondo, con bottoni dorati che brillavano alla luce delle lampade a gas. Sotto la giacca, una camicia bianca impeccabilmente stirata, con un colletto alto e rigido, e un cravattino nero annodato con precisione. I pantaloni, anch'essi neri, perfettamente tagliati, cadevano con eleganza sopra scarpe di cuoio lucido. Portava un panciotto grigio chiaro, che aggiungeva un tocco di raffinatezza al suo aspetto.
Con un sorriso cortese e un gesto fluido, prese il soprabito e il cappello a cilindro del gentiluomo appena entrato, appendendolo con cura e riponendolo in un armadio di legno pregiato, assicurandosi che ogni capo fosse al suo posto.
«Benvenuto Lord Lancaster» sorrise dandogli il benvenuto, chinando il capo.
Henry sorrise «Grazie, Earl. Spero che stiate bene voi e famiglia» si soffermò, intrattenendosi con l'uomo.
Earl fece un cenno del capo, apprezzando molto l'interesse da parte del Conte. Nessun gentiluomo era gentile come Lord Lancaster. Nonostante la sua giovane età, era un uomo buono. Ogni qualvolta che giungeva al Club, si intratteneva qualche secondo con lui. Nessuno degli altri membri dell'alta società si apprestava a tanto. Anzi si limitavano spesso a lanciargli addosso i soprabiti, come se fosse parte dell'arredamento. Lord Lancaster era come suo padre. Oh sì, ricordava ancora Lord Edward Lancaster. Era vivido e presente ancora nella sua mente come un ricordo mai sbiadito. Pace all'anima sua, pensato tra sé.
«Tutto benissimo, spero che sia lo stesso per voi, Vostra Grazia» rispose con educazione «I vostri amici sono al solito tavolo nel salone privato e vi attendono impazienti. Vi consiglio di non farli attendere ancora, solo per chiacchierare con un vecchio addetto al guardaroba» disse con garbo mantenendo il sorriso stampato sul volto, con eleganza.
Henry sorrise annuendo alle sue parole «Grazie ei miei amici possono aspettare qualche istante. Io apprezzo molto la conversazione con voi. Come diceva mio padre “Non importa se sei un Nobile o un Fattorino, perché in ognuno di noi batte un cuore e ogni uomo ha una storia da raccontare” ed io concordo pienamente. Siamo tutti persone e umani. Per me la classe sociale non conta, perché anche voi avete molte cose da raccontare e da cui prendere esempio. Siete un uomo saggio e apprezzo molto anche i vostri consigli. Per tale motivo, come avete detto voi, raggiungo quegli stolti dei miei amici. Buona serata Earl!» gli disse sorridendo, voltandosi e raggiungendo i suoi amici. Quest'ultimi erano seduti, nel salone privato, arredato con mobili in legno pregiato, tappezzerie di seta e velluto, e tappeti persiani. Vi era un caminetto in marmo, librerie ben fornite e comodi divani, offrendo un ambiente intimo e confortevole per conversazioni riservate.
Si incamminò verso i suoi amici sorridendo. Non aspettavamo altro quel giorno della settimana per potersi rilassare e dimenticare tutti i suoi problemi. 
Il primo ad accorgersi di lui, fu Sir Charles Montague, Barone di Westbrook, il quale con i suoi occhi azzurri e capelli ricci e biondi, guizzò immediatamente lo sguardo alzandosi «Era ora, Lord Lancaster!» esclamò sorridendo «Vi stavamo aspettando, ma siete in ritardo come sempre. Scommetto che vi siete soffermato a parlare con quel vecchio guardarobiere all'ingresso, non è così? Quando la smetterai di farlo?» alzò un sopracciglio guardandolo con uno sguardo quasi accusatorio e di rimprovero. Si sedette nuovamente, lasciandosi cadere e sprofondare sul divano, alzando le braccia in segno di resa. Conosceva bene Henry, ed era consapevole che non sarebbe mai cambiato. Non che lui volesse che cambiasse, ma notava gli sguardi degli altri nobili uomini della Rosa d'Oro, che lo guardavano con sufficienza, come se volessero intendere che il suo atteggiamento fosse inappropriato per un rampollo dell'alta società. Henry non se ne curava, ma Charles non riusciva a fingere di non vedere e sentire i pettegolezzi sul suo conto. Doveva rassegnarsi, diceva a sé stesso ogni volta che si incontravano al Club, eppure era più forte di lui proteggere la reputazione dell'amico. 
Charles si alzò le maniche della camicia bianca fino ai polpacci, mentre osservava Henry in silenzio. A quel punto anche Lord Alexander Beaumont, Duca di Wycliffe sorrise alzandosi e dando una pacca sulla spalla ad Henry «Charles, non essere troppo severo con il nostro Conte di Nottingham, vero Benjamin?» posò i suoi occhi verde smeraldo sull'altro amico ancora seduto sul divano, il quale stava sorseggiando un drink. 
Lord Benjamin Blackwood, Visconte di Ravenscroft, si passò una mano tra i capelli neri, corti e lisci, ben pettinati e scoppiò a ridere «Oh avanti, quante storie. Lasciatelo andare. Questa è la nostra serata speciale, e lo sapete bene. Quindi basta chiacchiere, e godiamoci questo momento insieme» si alzò, chiamando Emily Turner, la loro cameriera preferita. Era una giovane donna di circa 25 anni, con capelli castani lunghi e ondulati raccolti in un elegante chignon, dagli occhi verdi brillanti e una carnegione chiara. 
Quando Emily si sentì chiamare da Lord Blackwood, si apprestò velocemente a raggiungerlo nel salone privato. Con il suo abito lungo di cotone di colore blu scuro, con grembiule bianco immacolato legato in vita e un piccolo cappellino bianco che copre parzialmente i suoi capelli raccolti, giunse rapidamente in sala chinando il capo «Vostra Grazia, cosa posso fare per voi?» disse sorridendo mantenendo un atteggiamento professionale ma allo stesso tempo premuroso nei confronti dei suoi clienti. 
Charles vide arrivare Emily, si avvicinò a lei, prese la sua mano e guardandola negli occhi gli baciò il palmo da vero gentiluomo «Siete davvero radiosa quest'oggi, Milady».
Henry scosse la testa del divano, mettendosi seduto sul «Se hai finito di fare il marpione potresti ordinare da bere» disse ridendo divertito.
Benjamin e Alexander risero facendo spallucce «Vorremmo del whisky invecchiato» disse Alexander guardando la giovane fanciulla «Portaci una bottiglia, grazie» disse rispettosamente. 
Charles andare lasciare la mano della giovane fanciulla ammiccando in maniera seducente. La giovane Emily arrossì sulle guance e chinò nuovamente il capo «Vi porto immediatamente da bere» si voltò andando a prendere l'ordinazione.
Charles si voltò verso di loro, con sguardo furente e accigliato, incrociando le braccia al petto «Ma lo fate apposta vero? Mi rovinate sempre tutto, vi detesto non dimenticatelo!» esclamò andando a sedersi sul divano, sbottonando il primo bottone della camicia. Cominciava a fare caldo, non sopportava più la cravatta al collo, così la tolse e la depose sul tavolo di legno intarsiato. 
Henry lo guardò avvicinandosi «Non prendertela. Ma è inappropriato ciò che fai, visto che Emily non è…» si soffermò un attimo, cercando il termine più appropriato «…una donna di facili costumi, di quei posti che frequenti tu. È una brava ragazza che si guadagna da vivere lavorando, quindi abbi più rispetto, te ne prego» lo rimproverò ma in maniera del tutto tranquilla. Non voleva discutere, eppure non era la prima volta che Charles ci provava con lei. Non perché Henry ne fosse interessato, ma per il semplice motivo che era una ragazza dolce, gentile e premurosa e non voleva che Charles la prendesse in giro, per portarla nelle sue stanze per poi abbandonarla. 
Alexander e Benjamin, videro Emily tornare con un vassoio, una bottiglia e quattro calici. La giovane depose tutto sul tavolo, e si congedò velocemente, notando la tensione palpabile di una discussione in corso.
Alexander passò i suoi amici «Signori, un po' di contegno, ve ne prego. È appena arrivato da bere quindi divertiamoci» si alzò facendo cenno anche a Benjamin seduto accanto a sé di alzarsi e riempire i calici. 
Charles scoppiò in una risata non divertita ma isterica e sarcastica «Avete sentito il nostro Henry? È inappropriato vero? Però ciò che fai tu non lo è? Non c'è una volta che non fai il moralista. Anzi sei sempre il primo ad essere inappropriato visto che intrattieni conversazioni con gente di basso rango. Non osare fare il moralista con me, Lord Lancaster» si avvicinò lentamente, il suo viso si contorse in una smorfia di rabbia e spinse Henry indietro «Chi sei tu eh? Chi sei tu per giudicare? Il santo Henry Lancaster, che non fa altro che giudicare gli altri. Mi hai stufato Lord dei miei stivali» la sua voce tremava di rabbia. Tuttavia fece un passo indietro alzando le braccia, in segno di resa. Era arrabbiato ma non voleva innescare una lite, non ne aveva voglia.
Nel frattempo Henry aveva fatto un passo indietro dopo quella spinta, mantenendo la calma e le mani dietro la schiena. Non era incline alla violenza fisica, quindi se Charles l'avesse colpito non avrebbe reagito. Deglutì sentendosi in colpa per aver istigato la sua collera, tuttavia non poteva farne a meno. La sua moralità spesso veniva intesa come arroganza e presunzione nell'imposizione dei propri pensieri. Ma le cose non stavano esattamente in quel modo. Spesso anche con i suoi amici si sentiva incompreso, come in quel momento. L'ultima cosa che desiderava era discutere con uno di loro, ma continuava ad accadere quando faceva notare determinati atteggiamenti che lui reputava inappropriati. 
Benjamin si avvicinò ad Henry e gli porse un calice di whisky «Lascialo stare, non dargli peso. Conosciamo Charles da anni. Si comporta sempre così ma poi gli passa».
Henry ricambiò lo sguardo e prese il calice, accennando un sorriso «Grazie Ben!» Strinse il bicchiere in mano e osservò il liquido dentro. Attraverso di esso vede il proprio riflesso. Quel riflesso lo fece quasi susultare. Per qualche secondo non vide più se stesso ma suo padre. Già, era esattamente come suo padre e non poteva negarlo. Quando era in vita, tutti fraintendevano il suo comportamento e atteggiamento, considerandolo arrogante e presuntuoso. E adesso era esattamente come lui. Chissà se sarebbe stato un bene o un male esserlo. Chissà se suo padre sarebbe stato fiero e orgoglioso dell'uomo che era diventato. Non l'avrebbe mai saputo. Chissà forse gli avrebbe mandato un segno dal cielo per farglielo capire. Era la sua unica speranza di sapere se stesse facendo la cosa giusta o meno. I suoi pensieri vennero interrotti bruscamente da Alexander il quale insieme a Charles si erano messi a bere e stavano ridendo, come se non fosse accaduto nulla. L'istante prima il suo amico era furente, e dal suo sguardo aveva visto una furia spaventosa, che per un attimo l'aveva spaventato. Era sempre stato irruente e imprevedibile. Lo conosceva da tempo ed era consapevole del suo carattere a volte aggressivo. Benjamin sorride guardandolo «Dai Henry, niente broncio, beviamo!» lo afferrò dal braccio tirandolo sul divano ed entrambi caddero con un tonfo e scoppiarono a ridere, anche se Henry non aveva molta voglia di ridere, non dopo quanto accaduto. Ciò l'aveva incupito, ma tenne per sé quel cambiamento d'umore. Si voltò verso Alexander e Charles «Brindiamo alla nostra amicizia e che sia duratura!» disse sorridendo come meglio riusciva a fare, provando a cancellare la tensione «Charles, siamo amici da molto tempo, e mi dispiace» gli chiese scusa anche se ciò che avrebbe voluto dire “Charles, siamo amici da molto tempo, e mi dispiace che tu non mi conosca abbastanza da fraintendere ogni volta le mie affermazioni!” tuttavia non lo espresso ad alta voce per evitare un'altra discussione.
Charles si scolò l'ultima goccia di whisky e rise ormai brillante. Gli puntò il dito «Non importa, amico» rispose con tono allegro. Ogni tanto, un singhiozzo involontario gli scuoteva le spalle, e le sue mani tremavano leggermente mentre cercava di afferrare il bicchiere. Si avvicinò ancora di più a Henry e lo guardò «Sei come tuo…» singhiozzò ridendo «…tuo padre!».
Nel frattempo entrò Emily in sala, chinando il capo con reverenza «Milord vi serve dell'altro?» domandò sorridendo. Lavorava ormai da tanto tempo al Club, e conosceva tutti i clienti, soprattutto quelli abituali. Tra i quattro giovani nobili, Lord Montague era sempre quello più irrequieto. Non ci faceva caso, anzi i suoi complimenti la lusingavano. Ma al di là delle parole, non si permetteva mai di oltrepassare quel limite. Quella sera però era troppo ubriaco, e le cose stavano per prendere una piega spiacevole.
Charles quando sentì la voce di Emily, barcollando si allontanò da Henry e la raggiunse. Mise un braccio intorno alla sua spalla, tenendo malamente il calice vuoto con l'altra mano «Emily, oh mia dolce e cara Emily. Sei uno schianto e ti farei cose indicibili, se me lo permettessi!» esclamò ridecchiando e fece scivolare la mano lungo il suo fondoschiena, fino ad afferrare le sue native.
Emily sussultò a quel gesto inaspettato. In quel momento si sentì sopraffatta dalla paura e dal terrore. Si paralizzò, sgranando gli occhi incredula che le aveva appena messo le mani addosso. Voleva disperatamente dirgli di smetterla, eppure non riusciva a fare uscire le parole. La sua bocca era spugnosa e arida come il deserto, così secca da non riuscire ad aprirla ed emettere un suono. Non riusciva a muoversi, nemmeno a muovere un muscolo del proprio corpo. Era troppo scossa e sconvolta. Non che non fosse già accaduto con altri giovani nobili, ma da Charles non se lo aspettava. Soprattutto non si aspettava la sua sfrontatezza. Ovviamente filtravano ogni qualvolta che lui ei suoi amici venivano al Club, ma niente di più. 
Henry, Alexander e Benjamin si alzarono velocemente. Henry fu il primo ad accorgersi dello stato di terrore della giovane fanciulla. Non diede tempo agli altri due amici di fermare Charles, in quanto lo fece lui.
«Adesso basta, Charles!» si affrettò ad avvicinarsi per allontanarlo «Lasciala andare, la stai spaventando» gli disse con tono severo, fissandolo con uno sguardo furente. Non poteva sopportare quell'atteggiamento. Detestava quando cose simili accadevano. 
«Sei ubriaco, quindi lasciala stare e torniamo a casa» gli disse mantenendo il controllo «Prima di andare, gli chiederai scusa e gli lascerai anche una bella mancia, mi hai capito Charles?» disse separatamente.
Charles vide il suo amico avvicinarsi e scoppiò a ridere, tolse la mano, allontanandosi da Emily «Ne riparliamo più tardi, tesoro!» esclamò ammiccando. La ragazza, una volta libera dalla sua morsa, si voltò e andò via velocemente.
Charles si avvicinò al tavolo e con ferocia depose il bicchiere sbattendolo, e quest'ultimo andò in frantumi. I cocci di vetro si sparsero sul tavolo e uno di essi fece un taglio sul palmo della sua mano. Mantenne lo sguardo fisso su Henry, il quale lo stava osservando in silenzio aspettando una sua risposta. E una risposta la ricevette anche molto velocemente. Charles chiuse il palmo della mano a pugno, e si avventò su di lui, sferrandogli un pugno in piena mascella «Mi hai stufato? Chi sei? Mio padre, per caso? Sei patetico e uno stolto. Sei un mezz'uomo, Henry Lancaster. Non conosci la lussuria, non conosci il desiderio e la passione» disse alzando la voce con frustrazione e rabbia. Era stufo e stanco dell'atteggiamento di Henry. Non faceva altro che giudicare e sentirsi migliore di lui. Sempre la stessa storia. Fece un passo indietro, aprendo la mano sanguinante, per il taglio e adesso gli faceva male e gli bruciava. Eppure non gli importava più di tanto. Si era meritato quel pugno. Da tempo voleva farlo e questa volta ci era riuscita. Ogni volta gli prudevano le mani, soprattutto quando lo sentiva parlare in quel modo, ma si era sempre trattato perché erano amici. Questa volta però non aveva resistito. Non ne poteva più dei giudizi e dei suoi consigli da gentiluomo. Si voltò, facendo un respiro profondo. Sentiva la testa pulsare e una rabbia crescente prendere il sopravvento. 
Henry barcollò indietro, beccandosi quel pugno. Si massaggiò la mascella, incredulo che lo avesse fatto. 
Alexander si avvicinò a lui, lo guardando facendolo allontanare da Charles «Stai bene? È ubriaco, non è in sé al momento. Sicuramente quando tornerà in sé ti chiederà perdono» disse tentando di placare gli animi, in modo da non far degenerare la situazione.
Nel frattempo Benjamin si avvicinò a Charles, gli diede una pacca sulla spalla «Ehi, calmati. Sei ubriaco, sarà meglio che torniamo a casa». Charles si voltò di scatto e guardò con odio Henry «Non sei migliore di noi. Smettila di sentirti migliore, perché non lo sei. Vattene Henry, vattene se non vuoi che io perda il controllo e ti prenda a pugni di nuovo» ringhiò alzando la voce, con tono rabbioso.
Benjamin strinse il braccio di Charles, in modo da tenerlo lontano da Henry «Basta, smettila, te ne prego!» esclamò con disperazione, mentre tentava di trattenerlo.
Henry ricambiò lo sguardo, senza pastella ciglio. Si voltò, senza salutare e senza dire una parola. Voltò semplicemente le spalle e se ne andò. 
Alexander lo vide andare via, fece un sospiro, e si apprestò a seguirlo ma Henry si voltò, con uno sguardo carico di rabbia, lo fissò come se volesse trafiggerlo e ogni fibra del suo essere vibrava di un'ira silenziosa ma palpabile «Non seguirmi!» gli disse prima di prendere il soprabito all'ingresso e andare via.


Londra, 13 gennaio 1815
Tenuta di Whitstone,
Città di Nottingham 



La notte si era fatta più cupa ma la pioggia aveva smesso di scendere. 
La carrozza si fermò di fronte alla tenuta Whitstone di Lord Lancaster, nella città di Nottingham.
Henry, scese con un leggero sospiro di sollievo. Davanti a lui si ergeva la sua maestosa tenuta. La dimora, costruita in pietra grigia, si staccava contro il cielo e le stelle. Le finestre ad arco, ornate da tende di velluto rosso. Il viale d'ingresso, fiancheggiato da cipressi secolari, conduceva ad un ampio cortile pavimentato in ciottoli. Al centro, una fontana di marmo bianco zampillava acqua cristallina, il suono rilassante che accompagnava ogni passo di Henry. Intorno alla fontana, aiuole curate con precisione ospitavano una varietà di fiori colorati, il cui profumo dolce si mescolava con l'aria fresca della sera.
La porta principale, in legno massiccio e decorata con intricati intagli, si apre su un vasto atrio illuminato da un lampadario di cristallo. Le pareti erano adornate con ritratti di antenati, i loro sguardi severi che sembravano seguire ogni movimento. Un tappeto persiano, dai colori vivaci, copriva il pavimento in marmo, conducendo verso una scalinata che si snodava elegantemente verso i piani superiori.
Il giovane Henry, varcò la soglia della sua tenuta. L'atrio era illuminato da un morbido bagliore dorato, grazie al grande lampadario di cristallo che pendeva dal soffitto. Il tappeto persiano sotto i suoi piedi aziona i suoi passi, creando un'atmosfera di silenziosa eleganza.
Ad accoglierlo, con un sorriso rispettoso e un leggero inchino, c'era Arnold Miller, il giovane maggiordomo. Arnold, con la sua uniforme impeccabile ei capelli castani ben pettinati, emanava un'aria di professionalità e dedizione.
«Bentornato a casa, signor Lancaster», dice Arnold con voce calma e rassicurante. «Spero che la serata con i vostri amici sia stata piacevole».
Henry annuì, togliendosi il soprabito e il cappello porgendoli ad Arnold «Grazie, Arnold. È stata una serata piacevole ea tratti spiacevole, ma adesso sono a casa».
Arnold prese tutto con cura, con delicatezza. Per un istante lo guardare con uno sguardo preoccupato «Vostra madre, vi sta attendendo in sala» si avvicinò leggermente «Non sembra essere di ottimo umore, vi consiglio di fare attenzione» gli sussurrò consigliandogli di non stuzzicare il cane che dorme, perché potrebbe mordere. 
Henry si sorprende a quel consiglio «Grazie, lo apprezzo molto quindi farò attenzione».
Arnold fece un leggero inchino: «È un piacere servirla, signore. Se ha bisogno di altro, non esiti a chiamarmi».
Con un ultimo sorriso di gratitudine, Henry si diresse verso il salone. Prima di entrare, fece un respiro profondo. Se sua madre a quell'ora tarda lo stava aspettando, non portava nulla di buono. Da quando suo padre era deceduto, qualche anno prima, sua madre era diventata severa e rigida. Non che non lo fosse anche prima, ma le cose erano peggiorate. Di certo non era dispiaciuta o disperata per la perdita del marito. Il loro non era stato un matrimonio d'amore ma di dovere. Un matrimonio combinato dalle loro rispettive famiglie. Quando suo padre morì, per sua madre fu una liberazione. Mentre lui ne aveva sofferto tanto, e quel dolore ancora giaceva nascosto dentro l'anima. Suo padre era un uomo buono, dolce, gentile e molto generoso. Era un uomo di cuore. Era stato un ottimo padre e avevano passato tantissimo tempo insieme. Era un uomo d'onore e rispettato dall'intera società. Dopo il matrimonio, Edward Lancaster si innamorò di sua moglie Isabella Ashford. Tuttavia questo amore non fu ricambiato da sua madre. Lei non lo amò mai, anzi molto spesso lo detestava considerandolo un mezz'uomo, e un uomo di poco valore vista la sua generosità e la sua disponibilità. Henry invece pensava che fosse un brav'uomo, ma questo non voleva dire che fosse uno stolto e uno sciocco che si poteva raggirare e prendere in giro. Quando qualcuno tentava di prendersi gioco di lui, sapeva esattamente come rispondere e come sferrare il colpo finale a suon di parole che ammutolivano chiunque. Era un abile oratore e di certo non le mandava a dire quando era arrabbiato.
Henry amava profondamente suo padre e la sua perdita era stata un dolore atroce. Eppure la vita era andata avanti e adesso non c'era tempo per pensare. Sua madre lo stava aspettando e visto che era di pessimo umore, era meglio non farla attendere oltre.
Entra nel salone. Sua madre con i capelli biondi raccolti in uno chignon basso, stava seduta su una poltrona di velluto. Il salone adornato con mobili antichi e quadri alle pareti, creavano un'atmosfera di elegante senza tempo.
Lady Isabella, avvolta nel silenzio della notte fonda, indossava una lunga veste di seta color avorio. Il tessuto leggero e morbido scivolava delicatamente sulle sue forme, riflettendo la luce tenue della luna che filtrava attraverso le tende. I dettagli in pizzo lungo i bordi della veste aggiungevano un tocco di eleganza e raffinatezza, mentre un nastro di raso, annodato in vita, accentuava la sua figura slanciata.
I suoi piedi nudi affondavano nel tappeto soffice del salone, e ogni passo era un sussurro appena percettibile. 
Nonostante l'atmosfera soffusa delle candele, Lady Isabella guizzò immediatamente lo sguardo con i suoi splendidi occhi verde smeraldo verso la porta. Nonostante vedesse l'ombra di suo figlio, percepì la sua titubanza a farsi avanti. «Finalmente siete rientrato, Vostra Grazia! Con i vostri comodi ovviamente» si alzò dalla poltrona avvicinandosi a suo figlio. Sollevò la mano e gli sferrò un manrovescio con rabbia, che fece sussultare Henry, il quale sorpreso da quel gesto inaspettato voltò il viso dall'altra parte massaggiandosi la guancia. Fece un respiro profondo, mantenendo la calma per evitare di urlargli contro. Non emise fiato, evitando di rispondergli.
Lady Isabella rimase a fissarlo «Vi sembra ora di rientrare? Da domani le cose cambieranno in questa casa. La scorsa stagione avreste dovuto sposarvi, eppure eccovi ancora qui a bighellonare con quegli stolti dei vostri amici. Non vi permetterò che il lignaggio della nostra famiglia si concluda con voi. Quindi parteciperemo ai balli, e troverete moglie» disse con tono freddo e autoritario, mantenendo sempre una certa compostezza. Si distanziò da suo figlio «In verità ho già trovato la donna giusta per voi» disse con una certa soddisfazione. Suo figlio era uno stolto se credeva e pensava di poter fare i suoi comodi e disobbedire a lei. Quei giorni erano finiti ed era giunto il tempo che trovasse moglie e avesse un erede maschio. 
Henry la guardò incredulo a quelle affermazioni «Madre, non sposerò qualcuno che non amo» gli rispose con tono deciso.
La donna scoppiò a ridere come a volerlo schernire e prendere in giro. La sua risata era gelida «L'amore? Oh caro, l'amore non esiste. In questa società esistono obblighi e doveri. E il tuo dovere è trovare moglie e avere degli eredi per la nostra Casata. Tuo padre purtroppo non è mai stato capace di darmi un altro erede oltre te. Quindi mio caro, ti sposerai con chi reputo all'altezza della nostra famiglia» si soffermò un secondo rivolgendogli uno sguardo severo per poi proseguire «È una fanciulla per bene, all'altezza del nostro casato. Ti piacerà ne sono sicuro. È una bellissima donna!».
Henry restò basito, non riusciva a capacitarsi di quanto stava accadendo. Sul serio sua madre gli aveva già trovato moglie senza interpellarlo? Come avevi potuto? E come osava controllare la sua vita e il suo futuro in questo modo? Quella donna, la donna che adesso era di fronte a lui non era più sua madre. Era qualcun'altro. Era una persona diversa che non riuscivamo più a riconoscere. Il suo cuore andò in frantumi. Non desiderava altro che trovare la donna della sua vita e quel sogno, quella speranza adesso stava svanendo nel nulla, per colpa di sua madre.
«Un'oca vorreste dire!» esclamò sussurrando tra sé, digrignando i denti dalla rabbia. Sua madre sembrava spietata e senza cuore. Forse lo era sempre stata visto che non aveva mai amato suo padre, ma adesso c'era in gioco la sua vita e il proprio futuro, sempre se vi fosse ancora un futuro a cui aggrapparsi.
La madre sgranò gli occhi «Cosa avete detto? Henry Lancaster ringrazia il cielo che vi abbia trovato una moglie, perché se fosse stato per voi, chissà quando l'avreste trovata. Non osate mai più dubitare di me. Adesso andate a dormire».
«Madre vi prego. Sono in grado di trovare moglie da solo. Farò tutto quello che desiderate ma lasciatemi libero di scegliere» disse con voce tremante e con disperazione. Effettivamente in quel momento era disperato. La mente era annebbiata dalle parole di sua madre che l'avevano scosso fin dentro l'anima.
Non poteva permettere che ciò avvenisse. Non avrebbe mai potuto sposare una donna che non amava e non lo avrebbe fatto. In quel momento non poteva opporsi a sua madre ma avrebbe trovato un modo, uno qualsiasi affinché fosse libero di amare e sposare chi desiderava il suo cuore. Non gli avrebbe permesso di controllare la sua vita né ora e né mai.
«Libero di scegliere? Giammai. Nessuno è libero, mio ​​caro. Nemmeno voi. La libertà è sottovalutata» rispose alzando la voce e le sue labbra si contrassero dalla rabbia. Libero di scegliere? ripetè a se stessa. Non era stato concesso a lei di scegliere, nemmeno di sposare un uomo che amava e adesso suo figlio pretendeva la libertà. Una libertà che gli era stata negata. Nell'alta società non vi è alcuna libertà di nessun tipo. In questo mondo vi sono solo doveri e nient'altro.
Henry riprese la parola, mordendosi il labbro inferiore dalla rabbia «Non posso farlo, madre, perdonatemi. Non voglio sposare una donna che non amo. Io troverò moglie ma voglio qualcuno che amerò per il resto della mia vita. Non voglio un matrimonio combinato come il vostro. Non voglio essere infelice come lo siete stata voi, nonostante mio padre abbia fatto il necessario per rendervi felice» inaspettatamente espresso il suo pensiero in maniera quasi avventata e sconsiderata. Tuttavia non aveva alcuna importanza, sua madre doveva sapere cosa pensasse lui delle sue decisioni inaccettabili.
«Volete o non volete, i vostri scialbi desideri non contano. Sono io vostra madre, e ho già deciso, quindi non osate disobbedirmi. Vostro padre era un mezz'uomo, un essere insignificante che nemmeno nella camera da letto riusciva a soddisfarmi. Mi auguro che non siate come lui, vostra Grazia!» esclamò voltandosi di spalle con fare altezzoso e se ne andò in camera.
Henry, restò qualche istante immobile nel salone. Si sentiva pietrificato, in qualche modo quella donna aveva infranto i suoi sogni in un battitore di ciglia. Socchiuse gli occhi, tentando di prendere il controllo di sé stesso. Doveva essere lucido e razionale per riuscire a contrastare sua madre. 

Henry si ritirò nella sua camera, un rifugio tranquillo. Le tende di velluto verde scuro erano tirate, lasciando entrare solo un filo di luce argentea della luna piena che illuminava la scrivania di mogano. Con un sospiro, si sedette sulla sedia imbottita.
Davanti a lui, il diario di pelle marrone attendeva pazientemente, le pagine ancora bianche pronte a ricevere i suoi pensieri. Henry prese la penna d'oca, intingendola con cura nell'inchiostro nero. Il silenzio della notte era rotto solo dal lieve fruscio della penna che scivolava sulla carta.



Londra, 14 gennaio 1815,
Ore 00:30


Caro diario,
Eccomi nuovamente qui a scrivere sulle tue stupende pagine bianche i miei pensieri più profondi.
La giornata non è cominciata nel modo migliore, eppure speravo che sarebbe stato un giorno diverso.
Le mie aspettative si sono rivelate infondate. Le cose sono peggiorate questa sera in maniera inaspettata che mi hanno letteralmente sconvolto. Ogni mio sogno o desiderio è stato infranto in un battito di ciglia. 
Questa sera sono andato al Club “Golden Rose” dove mi attendevano i miei amici o almeno così come ho sempre creduto che fossero. Charles come al solito si comporta da stolto e si fa beffe degli altri. Ma oggi ha esagerato superando ogni limite. Non solo ha messo le mani addosso alla povera Emily, che è rimasta scioccata da quel gesto, ma mi sono pure beccato un pugno solo perché volevo difendere la fanciulla. Come uomo d'onore e rispettoso che sono ho dovuto farlo. Non potevo permettergli di fargli del male. 
Non ha più alcuna importanza ormai. Conosco Charles da anni e so quanto spesso possa essere insolente, tuttavia proprio per questa ragione lo perdono. Per tale motivo non ho reagito al suo gesto impulsivo. 
Ciò che ha peggiorato la serata è stata mia madre. Non ho avuto tempo di rientrare che ho ricevuto un ceffone perché secondo lei sono rientrato tardi. Era furibonda e cosa terribile vuole costringermi a sposare una donna che non amo e nemmeno conoscono. Ha dichiarato che ha già scelto una giovane fanciulla per me e che deve obbedire al suo volere.
Quello che più mi ha sconvolto sono state le sue parole taglienti che mi hanno rovinosamente mandato in frantumi ogni desiderio del mio cuore.
Non mi arrenderò, perché mio padre non era questo che desiderava per me. Lui desiderava che io fossi felice e sposassi qualcuno che avrei amato per il resto della mia vita. Questo è stato il suo ultimo desiderio prima di morire ed è una promessa che ho intenzione di mantenere a qualsiasi costo.
Siamo giunti alla fine di questa infausta giornata, eppure il mio cuore continua a battere per l'amore e per la vita. La speranza non mi abbandonerà nemmeno quando sarò sull'orlo del baratro perché c'è sempre una luce in fondo al tunnel anche quando penso di non riuscire a scorgerla. Come si suol dire “La Speranza è l'ultima a morire” ed è esattamente su ciò che baserò la mia vita da ora in avanti.

Perla di Saggezza del Giorno

Quando pensi che la vita ti possa distruggere, quando credi che non ci sia via d'uscita e alcun barlume di luce, aggrappati alla Speranza con tutte le tue forze perché sarà la tua unica ancora di salvezza dall'oblio!

H.L. Conte di Nottingham 










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Il Diario di Henry Lancaster - Capitolo II ✒️

 


Londra, 15 gennaio 1815

Tenuta di Silverwood,

Città di Richmond 


Era un freddo pomeriggio d'inverno a Richmond, e la tenuta di Silverwood si ergeva maestosa tra la bruma gelida. I rami spogli degli alberi erano ricoperti da un sottile strato di ghiaccio, scintillando come cristalli sotto il pallido sole invernale. La neve fresca scricchiolava sotto i passi dei pochi servitori che si affrettavano a svolgere le loro mansioni, avvolti nei loro mantelli pesanti.

All'interno della grande dimora, il fuoco crepitava nei camini, diffondendo un calore accogliente nelle stanze riccamente arredate.


Il sole del pomeriggio filtrava attraverso le pesanti tende di velluto rosso, gettando una luce dorata sulle pareti rivestite di legno scuro dello studio del Visconte Frederick Woodville. Il profumo di cuoio e carta antica permeava l'aria, mescolandosi con l'aroma del tè appena versato. Il Visconte, un uomo affascinante con capelli castani e occhi blu penetranti, sedeva dietro una massiccia scrivania di mogano, circondato da volumi rilegati in pelle.

Frederick era immerso nella lettura di un documento, le sopracciglia leggermente aggrottate in segno di concentrazione. Indossava un elegante abito scuro, con una cravatta di seta che aggiungeva un tocco di raffinatezza al suo aspetto. Sul tavolo, accanto a lui, una penna d'oca e un calamaio d'argento attendevano di essere utilizzati.

Un leggero bussare alla porta interruppe il silenzio. Il Visconte alzò lo sguardo, posando il documento e invitando l'ospite ad entrare con un cenno della mano.

La porta si aprì lentamente, rivelando la figura imponente del Conte Alaric di Ravenswood. Il Conte, con il suo portamento fiero e il volto segnato dall'esperienza, avanzò nella stanza seguito da un notaio e due guardie reali. Indossava un abito formale, adornato con i simboli della sua casata, e portava con sé un'aria di autorità e rispetto.

«Visconte Woodville, è un onore essere qui oggi per formalizzare l'accordo matrimoniale tra vostra figlia e il Principe Alexander di Valmont. Sua Maestà il Re e la Regina mi hanno incaricato di rappresentarli in questa importante occasione».

Il Visconte si alzò dalla sua sedia, accogliendo il Conte con una stretta di mano ferma e decisa: «Conte Alarico, il piacere è mio. Prego, accomodatevi».

Il Conte si sedette di fronte al Visconte, mentre il notaio disponeva i documenti sul tavolo. Le guardie reali si posizionarono discretamente ai lati della stanza, osservando silenziosamente.

Frederick guardò il Conte con un certo senso di oppressione al petto. Da quando la Viscontessa era passata a miglior vita, la loro situazione finanziaria era peggiorata. Non era ovviamente questo ciò che desiderava per sua figlia, eppure era costretto a farlo esattamente per il bene della propria famiglia. La povera Lady Seraphina Harrington, nonché la sua defunta moglie era una donna meravigliosa e molto saggia. La malattia l'aveva portata via così presto che purtroppo più di metà del suo patrimonio era stato speso per le cure della Viscontessa. Avrebbe sempre preso quella scelta pur di salvarla, tuttavia il destino crudele se l'era portata via lo stesso. Da quel momento in avanti si erano arrancato per un po' con il resto del patrimonio ma adesso la situazione era all'estremo. A breve non avrebbero potuto più permettersi neanche di vivere alla tenuta e sarebbero finiti per strada. Non poteva permettere che sua figlia facesse quella fine. Finché fosse finito lui a fare il vagabondo lo poteva anche accettare e sopportare, ma per sua figlia voleva il meglio. Desiderava la sua felicità, ma non sapeva che altro fare per poter sopravvivere ancora qualche altro mese o anno. Degli amici gli avevano proposto di farsi fare un prestito ma lui rifiutò nettamente quella possibilità. A causa di certi usurai che non avevano un'anima, un suo amico era morto proprio a causa di un prestito di denaro. Alla fine gli strozzini l'avevano picchiato a sangue e ucciso. Frederick al solo pensiero rabbrivididì, quindi fin dall'inizio dei loro problemi economici, aveva messo in chiaro che non si sarebbe mai e poi mai rivolto ad un usuraio. Al contempo doveva trovare una soluzione, affinché sua figlia non lo venisse mai a sapere. Lei era dolce e innocente, e non voleva vederla soffrire. Ed eccolo lì con il Conte, emissario del Re che si apprestava a firmare un contratto matrimoniale tra sua figlia e il principe Alexander. Era l'ultima cosa che desiderava per sua figlia, ma non sapeva che altro fare per salvarla da quella situazione instabile. Non era felice di darla in sposa senza che lei lo sapesse. Avendo tentato altre strade, tutte si erano rivelate pericolose. Non aveva scelta e sperava che sua figlia l'avrebbe capito e sarebbe riuscita a perdonarlo.

«Sono certo che questo matrimonio sarà vantaggioso per entrambe le nostre famiglie. Mia figlia è una giovane di grande virtù e intelligenza, e sono sicuro che sarà una degna consorte per il Principe Alexander» disse mantenendo la calma e ripetendosi che lo stava facendo per salvare sua figlia dalla sventura che si era abbattuta sulla loro famiglia. 

Il Conte Alarico annuì con un sorriso formale «Non ho dubbi, Visconte. La vostra famiglia è rinomata per la sua integrità e il suo onore».

Il notaio iniziò a leggere i termini del contratto, la sua voce monotona riempiendo la stanza. Dopo una breve discussione e alcune modifiche minori, entrambi gli uomini presero la penna d'oca e firmarono il documento, sigillando così l'accordo matrimoniale.

Il Visconte dopo aver firmato si rilassò leggermente o almeno ci stava provando, sentendo il peso della propria scelta, ancora sulle spalle «Grazie, Conte Alaric. Questo è un giorno importante per le nostre famiglie».

Il Conte si alzò, stringendo nuovamente la mano del Visconte «Il piacere è stato mio, Visconte. Vi auguro ogni bene per il futuro».


Lady Victoria, quella mattina all'alba era uscita a cavallo.

Dopo la cavalcata mattutina, rientrò alla tenuta, galoppando in groppa al suo destriero. Si fermò tirando le redini, scendendo e abbassando il cappuccio del mantello azzurro. I suoi splendidi capelli rossi e ricci ricaddero sulle spalle come gocce di pioggia. Fece un passo, con i suoi stivali neri, verso il suo amato cavallo e sorrise. Accarezzò il suo muso dolcemente, sfiorando con le dita il suo splendido manto marrone «Siamo a casa, Silver» disse mentre lo conduceva nelle stalle. Dopo averlo lasciato libero nelle stalle, si apprestò a rientrare.

All'ingresso venne accolta dal maggiordomo William Whitmore, un uomo di mezza età, alto e snello. Aveva capelli scuri, leggermente ondulati, che iniziavano a mostrare qualche filo d'argento, e occhi azzurri. Con la sua uniforme da maggiordomo, e con un sorriso smagliante fece entrare Lady Victoria «Bentornata, Milady!» disse scostandosi dalla porta. 

Victoria sorride dolcemente «Grazie William» si tolse i guanti e la mantellina. William si apprestò velocemente a prendere il vassoio, sul quale li depose.

«Mio padre è nel suo studio?» domandò entusiasta e felice di raggiungerlo.

Il Maggiordomo stava per rispondere ma Lady Victoria non gli diede possibilità di rispondere e di dirgli di non andare allo studio e che suo padre era impegnato. Ormai la signorina si era allontanata come un fulmine che non si era nemmeno accorto che fosse sparita.


Victoria camminò con passo felpato, senza voltarsi indietro. Non desiderava altro che abbracciare suo padre e potergli raccontare della sua cavalcata mattutina. Attraversò il lungo corridoio, dalle pareti rosa antico, alle quali erano appesi dei dipinti. I dipinti che più apprezzava erano maggiormente quelli che raffiguravano la sua famiglia. Uno di questi raffigurava la sua amata madre, che purtroppo venne a mancare alla sua nascita e non aveva mai avuto possibilità e occasione di conoscerla. Nonostante non l'avesse mai conosciuta, sentiva un legame speciale con lei. Nel dipinto era seduta su una poltrona ed era così elegante e maestosa, con i suoi capelli ricci e rossi, come i propri ei suoi splendidi occhi castani. Indossava un abito rosso ed era davvero magnifica con quel sorriso dolce e amorevole. Quel dipinto era tra i suoi preferiti. Ogni volta che lo guardava riusciva a percepire la presenza di sua madre. Gli mancava da morire. Spesso si domandava come gli poteva mancare qualcuno che non aveva mai conosciuto e non riceveva alcuna risposta. Non gli importava. Nonostante tutto era sua madre e aveva un legame profondo con lei e l'avrebbe sempre avuto ed era questo ciò che contava veramente. 

Tra gli altri dipinti preferiti c'era uno di suo padre insieme a sua madre. Sembravano così felici e innamorati. Si riusciva a sentire la gioia e la loro felicità attraverso il semplice tocco di colore. 

Ogni volta che attraversava il corridoio si soffermava ad osservare, così da poter sentire e percepire la presenza di sua madre, come se le fosse sempre accanto. 

Si incamminò nuovamente, soffermandosi di fronte la porta dello studio di suo padre. La porta era socchiusa ma attraverso uno spiraglio riuscì a vedere che non era da solo. Sentì delle voci e capì che era impegnato. Stava per fare un passo indietro e andare via quando il cuore gli balzò in gola. Le uniche parole che riuscirono a sentire con netta chiarezza furono "Sono certo che questo matrimonio sarà vantaggioso per entrambe le nostre famiglie. Mia figlia è una giovane di grande virtù e intelligenza, e sono sicuro che sarà una degna consorte per il Principe Alexander". Improvvisamente tutto ciò in cui aveva creduto fino a quel momento si sgretolò andando in frantumi. La terra gli mancò sotto i piedi e provò la sensazione di precipitare giù nell'oblio. Il suo cuore si strinse in una morsa di dolore e disperazione. Amava profondamente suo padre ma adesso non lo riconosceva più. Un matrimonio combinato? Penso. Come poteva fargli una cosa simile? Come poteva ferirla in quel modo? Era completamente devastata e sconvolta da quello che aveva udito, che non voleva restare lì. Scoppiò in lacrime e corse via, lasciandosi sopraffare dalla delusione e dal dolore che suo padre gli aveva appena recato. Mentre correva, fece cadere un vaso da mobiletto in legno intarsiato posto verso la fine del corridoio. Il vaso di porcellana cadde sul pavimento con un tonfo. Si ruppe in tanti frammenti.

Quel rumore fece sussultare sia il Conte Ravenswood che anche Frederick. Quest'ultimo corse velocemente alla porta, e vide sua figlia che correva via «Carotina!» esclamò chiamandola. Carotina era il nomignolo che gli aveva dato da bambina. Adesso era una bellissima donna e quando la sentiva sorridere gli ricordava la sua amata moglie. Improvvisamente si rese conto che sua figlia aveva sentito la conversazione. Si sentì profondamente in colpa, ma ricordò a sé stesso di non avere scelta. Prima o poi lo avrebbe scoperto ed era sua intenzione dirglielo ma al momento giusto e con calma. Tuttavia adesso sua figlia era fuggita e lo odiava. 

Frederick gli corse dietro tentando di fermarla, ma non ci riuscì in alcun modo, nonostante la implorasse di fermarsi e dargli la possibilità di spiegare la situazione. Intanto il Conte insieme erano alle guardie reali, se ne andavano via. 


Il cielo si era oscurato. Le nuvole grigie erano cariche di acqua. Un violento acquazzone stava per abbattersi sulla città. Le strade, solitamente animate, erano ora deserte, mentre i pochi passanti cercavano riparo sotto i portici e nelle botteghe.

Victoria scappò dalla tenuta e si inoltrò nel fitto bosco nel tardo pomeriggio. Il tempo stava per cambiare e la pioggia era imminente. Sentiva il vento freddo che iniziava a soffiare tra gli alberi, portando con sé l'odore della terra bagnata. Ogni passo la portava più lontano dalla sicurezza della tenuta, ma anche più vicina alla libertà che tanto desiderava.

Improvvisamente, un violento acquazzone si abbatté sul bosco. Le gocce di pioggia cadevano pesanti, trasformando il sentiero in un fiume di fango. Victoria cercò riparo sotto un grande albero, ma l'acqua penetrava comunque tra i rami, bagnandola completamente. Il suono della pioggia era assordante, e il bosco, che prima sembrava un rifugio sicuro, ora appariva minaccioso e inospitale. Nonostante la violenta pioggia proseguì senza fermarsi. Voleva solo correre senza sapere dove stava esattamente andando. Il terreno si è fatto sempre più bagnato e umido. Gli stivali di Victoria affondavano sul terreno ad ogni passo. Nonostante portasse il mantello con cappuccio per proteggersi e coprirsi, si stava completamente inzuppando d'acqua ma non le importava. Mentre proseguiva la corsa con lentezza dovuta alla pioggia scrosciante, scoppiò in lacrime che si mescolarono alle gocce di pioggia. Il dolore la invade completamente, rendendola fragile. Le sue emozioni avevano preso il sopravvento. Gli occhi si gonfiano e divennero rossi per quanto aveva pianto. Improvvisamente inciampò su una sporgenza di un ramo di un albero e con un tonfo cadde sul terreno bagnato. A causa della pendenza del terreno, rotolò giù per qualche secondo, finché la sua corsa non si arrestò sbattendo contro il terreno fangoso. Il cappuccio del mantello gli si era abbassato. I suoi splendidi capelli rossi erano zuppi di acqua. Quando tentò di sollevarsi sentì un dolore pungente alla caviglia. Non riusciva ad alzarsi e la pioggia insistente non si fermava. 

«Aiuto!» urlò disperatamente con tutto il fiato che aveva in corpo a squarciagola. In cuor suo sperava che qualcuno la sentisse per aiutarla. Purtroppo in quel silenzio agghiacciante, l'unico rumore che si riusciva a sentire, era la danza della pioggia incessante e intensa. Il suo grido di aiuto le si strozzò in gola. Nonostante tutto non si arrese e proseguì a urlare ancora una volta. 

La pioggia si fece fitta e intensa, che si formò una nube di nebbia che gli offuscò la vista. Istintivamente tentò di guardare davanti a sé ma non riusciva a vedere nulla, eccetto una leggera foschia bianca come la neve. Sbatté le palpebre e provò ad alzarsi, ma quanto tentò di sollevare la caviglia, sussultò e si morse il labbro inferiore dal dolore «Dannazione!» esclamò arrabbiata. Nel medesimo istante in cui stava per arrendersi ecco che la pioggia rallentò. Improvvisamente si udì il suono degli zoccoli di un cavallo che si avvicinava nella sua direzione. 

In quel momento il cuore di Victoria gli balzò in gola per la gioia. Qualcuno forse l'aveva sentita e stava giungendo a soccorrerla. Per l'ennesima volta prese tutto il fiato che aveva in gola e gridò aiuto. E finalmente quel grido giunse a destinazione.

Un cavallo dal manto nero, portava in groppa qualcuno. L'uomo, con il suo mantello scuro con cappuccio si fermò con il suo destriero, esattamente di fronte a lei. Scese pentinamente dalla sella e raggiunse la fanciulla. 

Si avvicinò a lei per soccorrerla «Vi siete fatta male, Milady?» si chinò su di lei e ciò che lo colpì furono i suoi ricci rossi, e i suoi splendidi e luminosi occhi blu che brillavano nella notte buia. Erano di un blu così intenso e profondo, che per un istante si sentì sprofondare in quello sguardo. 

Victoria ricambiò lo sguardo, restando ammaliata dal suono dolce e gentile della sua voce. Restò senza fiato, che non riuscì nemmeno a dire una parola.

Il giovane uomo la lascia «Milady, state bene?» disse stavolta con un tono apprensivo, con più fermezza.

Victoria si riprese rapidamente «Mi sono slogata la caviglia» rispose alla sua domanda «Non riesco a muovermi» contorse le labbra dal dolore.

«Stringetevi a me, va bene?» gli disse Henry mentre la sollevava, prendendola tra le braccia. I loro sguardi si incrociarono nuovamente ed era difficile distogliere gli occhi da quella creatura che era tra le sue braccia. Quella sera, aveva discusso per l'ennesima volta con sua madre, che sentendosi sopraffatto dalla rabbia, aveva deciso di prendere il proprio destriero e cavalcare senza meta. Tutto finché non sentì un urlo di aiuto. Ed ecco qui la fanciulla che stava salvando. 

Victoria arrossì a quello sguardo profondo e intenso, e fu felice che il buio nascondesse il suo volto in quel momento. Provò una strana sensazione mentre stringeva le braccia intorno al suo collo. Riusciva a percepire la tensione dei suoi muscoli sotto gli abiti. Doveva essere muscoloso e forte, dal modo in cui la stringeva.

Henry la sistemò sul cavallo delicatamente «Stato comoda?» gli domandò mentre saliva in groppa sedendosi sulla sella, prendendo le redini «Stringetevi a me e dopo mi direte che cosa ci fate a quest'ora della notte sotto la pioggia, da sola nel bosco. Sono abbastanza curioso di sapere cosa vi ha portato qui» disse mentre il cavallo partiva al galoppo.

Victoria strinse le braccia intorno alla sua vita e arrossì nuovamente. Si sentì a disagio ancora una volta. Era inappropriato tutto questo, eppure nel profondo del cuore provava una sensazione di inebriante euforia. Quando il cavallo partì, fece un sospirò profondo «Sono scappata, ma sarei tornata. Solo che la pioggia si è fatta incessante, finché non sono inciampata e rotolata giù» si soffermò per qualche secondo e inarcò le sopracciglia «E voi invece? Cosa fate a quest'ora nel bosco? Amate per caso le passeggiate notturne?» domandò in maniera impertinente. Era curiosa di sapere per quale motivo un gentiluomo così affascinante fosse nell'oscurità della notte.

Henry si alzò divertito alla sua domanda, proseguendo verso l'uscita del fitto bosco: «Anche se amassi le cavalcate notturne, devo ammettere che anche io stavo fuggendo».

Si soffermò facendo arrestare il destriero, si guardò intorno «Ditemi, è quella la vostra tenuta?» chiese mentre osservava una tenuta le cui luci erano accese. Doveva essere quella laggiù. Solo in quella vi erano le luci accese. Qualcuno stava attendendo il ritorno della fanciulla, e sicuramente erano preoccupati. Non poteva biasimarli. 

Victoria lo sentì ridere e sbuffò «Cosa vi fa ridere?». Quando vide la tenuta con le luci accese capì che suo padre sicuramente era disperato e sarebbe andato a cercarla a breve. Era dispiaciuta per averlo messo in apprensione, ma non poteva sopportare ciò che gli aveva fatto. 

«Si è quella, hai indovinato. Siete molto perspicace Milord».








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26 maggio 2025

Miti & Leggende 📜


Cari Dreamwriters, 💫
Questa sera vogliamo parlarvi di una celebre scultura situata a Roma.

Bocca della Verità, il Misterioso Giudice di Pietra  

La Bocca della Verità è una celebre scultura in marmo situata a Roma, nel portico della Chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Questa enigmatica figura, raffigurante un volto maschile con la bocca aperta, è avvolta da leggende che ne attribuiscono poteri magici e giudizi infallibili.  


Secondo la tradizione, la Bocca della Verità aveva la capacità di smascherare i bugiardi: chiunque inserisse la mano nella sua bocca e avesse mentito, rischiava di perderla, poiché la statua avrebbe chiuso la bocca mordendo il colpevole. Questa credenza era particolarmente diffusa nel Medioevo, quando si dice che fosse usata per determinare la sincerità delle persone accusate di tradizione o inganno.  

Sebbene il suo reale scopo non sia del tutto chiaro, si pensa che la scultura fosse originariamente un antico tombino romano o un elemento di una fontana. Nel corso dei secoli, la Bocca della Verità è diventata un simbolo della giustizia divina e dell'onestà, un luogo affascinante per i visitatori che ancora oggi sfidano la leggenda mettendo la mano nella sua bocca.  

La sua fama è cresciuta ulteriormente grazie alla cultura popolare, apparendo in opere d'arte, film e racconti. Ancora oggi, il suo misterioso potere continua a intrigare e attrarre curiosi da tutto il mondo.  






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24 maggio 2025

CoralDreams 🖌️🎨

Arte Digitale: Doodles 🎨🖌️

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22 maggio 2025

Mitologia Greca 🏛️

 

Logo della rubrica dedicata alla Mitologia Greca, con racconti sugli Dei e leggende antiche.

Cari DreamWriters, ✨

Il nostro terzo volume della saga de “La Famiglia Lancaster” avrà come titolo “Il Sussurro della Vendetta”. Questo nuovo romanzo ancora in via di stesura è dedicato a due personaggi che abbiamo conosciuto nel secondo volume “Il Diario di Henry Lancaster”. I due protagonisti sono il Principe Alexander di Valmont e la Viscontessa Evelyn Ellington.

Per tale regione, questa sera vogliamo dedicare questa nuova pagina del nostro Blog all'etimologia del termine “Vendetta” nella Mitologia Greca. 🏛️


Buona lettura e buona permanenza! 




La Vendetta nella Mitologia Greca  

La Vendetta nella Mitologia Greca.

La vendetta è un tema ricorrente nella mitologia greca, spesso legato alla giustizia divina e alla punizione di chi ha osato sfidare gli dèi o violare l’ordine cosmico. Non è solo un atto di ritorsione, ma un mezzo per ristabilire l’equilibrio e garantire che l’ὕβρις (Hybris), ovvero l’arroganza e la presunzione, non rimanga impunita. In questo articolo, esploreremo i vari termini greci che descrivono la vendetta e le figure mitologiche che la incarnano.  


Termini della Vendetta nella Mitologia Greca  

La Vendetta nella Mitologia Greca.


1. Νέμεσις (Némesis) – La vendetta divina e la giustizia retributiva. Nemesi è la dea incaricata di punire coloro che si macchiano di hybris, assicurando che nessuno sfugga alle conseguenze delle proprie azioni.  

2. Τιμωρία (Timoría) – La punizione inflitta per riparare un torto. Questo termine è spesso usato per indicare una vendetta giusta e necessaria.  

3. Εκδίκηση (Ekdíkisi) – La vendetta nel senso moderno, il desiderio di ripagare un’offesa subita. È un concetto più personale e meno legato alla giustizia divina.  

4. Δίκη (Díke) – Sebbene significhi "giustizia", in alcuni contesti può implicare una forma di vendetta equilibrata, dove il colpevole riceve ciò che merita.  

5. Θυμός (Thymós) – Ira e furia vendicativa, spesso legata alla rabbia impulsiva che porta alla vendetta immediata.  


Figure Mitologiche Legate alla Vendetta  

La Vendetta nella Mitologia Greca.


Νέμεσις (Némesis) – Dea della giustizia retributiva, punisce chi si macchia di hybris e presunzione. È spesso raffigurata con una bilancia e una spada, simboli del suo ruolo di giudice e punitrice.  


Αἱ Ἐρινύες (Hai Erínues) – Le Erinni, divinità della vendetta, perseguitano senza tregua chi ha commesso crimini gravi, come il matricidio o il tradimento familiare.  


Ἄρης (Áres) – Dio della guerra, spesso associato alla vendetta sanguinaria e alla furia distruttiva.  


Ἀθηνᾶ (Athēná) – Sebbene sia la dea della saggezza, in alcuni miti esercita una vendetta strategica e calcolata, come nel caso della punizione di Medusa.  


La vendetta nella mitologia greca non è solo un atto di ritorsione, ma un principio fondamentale per mantenere l’ordine e l’equilibrio. 




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Maschere, Destino e Segreti 🎭

Cari Dreamwriters, 💫 ci sono scene che non hanno bisogno di parole per raccontarsi. Basta un gesto trattenuto, un respiro sospe...